Ma adesso Pechino deve evitare la bolla

di David Pilling Lo scorso fine settimana, nell'estremo nord della Cina, a Harbin, migliaia di turisti cinesi sono accorsi per assistere al festival del ghiaccio, dove hanno sborsato 25 dollari a testa per vedere repliche della Grande Muraglia e della Città Proibita ricavate da giganteschi blocchi di ghiaccio. Lo spettacolo della nuova borghesia cinese era impressionante: la prova del vigore di un'economia che lo scorso anno è cresciuta dell'8,7% mentre il resto del mondo crollava.
Quest'anno la Cina crescerà almeno del 9,5 per cento. Ma non sono poche le voci fuori dal coro che mettono in guardia dal pericolo che, come i palazzi di ghiaccio di Harbin, l'economia cinese sia destinata a liquefarsi. Hanno ragione?
Nicholas Smith, stratega per la MF Global FXA Securities, esprime in modo efficace la posizione degli scettici. Citando «la crescita incendiaria della massa monetaria» e la comparsa di bolle nel mercato immobiliare e nella capacità produttiva, scrive: «Gli investimenti, arrivati alla metà del Pil, sono a livelli mai raggiunti da una grande economia nella storia moderna, e devono rallentare. I consumi sono ai livelli più bassi mai raggiunti da una grande nazione nella storia moderna. Le tensioni commerciali covano sotto la cenere e la Cina non potrà esportare le sue eccedenze. Un rallentamento dell'economia appare inevitabile».
La testa ci dice che Smith ha ragione. Ci sono moltissimi elementi che non lasciano tranquilli. I consumi, anche se stanno crescendo a doppia cifra secondo i dati (inaffidabili) delle vendite al dettaglio, rimangono inchiodati a un misero 37 per cento del Pil. Con il ritiro degli incentivi, le vendite di automobili e prodotti di elettronica, salite alle stelle lo scorso anno, potrebbero rimanere al palo.
In assenza di un incremento dell'export (che potrebbe essere rallentato da un apprezzamento del renmimbi o da misure protezionistiche da parte di altri Paesi), rimarrebbero gli investimenti il motore principale dell'economia. Il timore è che questo possa tradursi in una pericolosa sovracapacità. All'estero, questo potrebbe innescare conflitti commerciali, perché la Cina cercherà di scaricare una massa sempre più grande di prodotti a buon mercato su un mondo che solo adesso comincia a riprendersi da una catastrofica indigestione di credito. In patria, l'incessante aggiunta di ponti, porti, aeroporti e acciaierie graverà le banche di prestiti in sofferenza.
La ragione dice che l'economia cinese non può andare avanti così. Ma l'istinto ribatte che invece può, perché per il partito comunista è una necessità. Secondo Wensheng Peng, direttore della ricerca per la Cina di Barclays Capital, i timori sull'eccesso di investimenti e la scarsità dei consumi sono esagerati. Con un'urbanizzazione di appena il 47%, la Cina è più o meno allo stadio di sviluppo che il Giappone raggiunse negli anni 50. Molti riscaldano le case con le bombole a gas, perché non ci sono gasdotti. Una parte della popolazione non ha l'allaccio alla rete fognaria o all'acqua corrente. Tra pochi anni i treni ad alta velocità collegheranno il 70-80% delle grandi città. I guadagni di produttività saranno enormi.
Peng dice che la Cina farebbe bene a costruire finché può. A causa della politica del figlio unico, dal 2015 in poi la popolazione comincerà a invecchiare. I risparmi inizieranno ad assottigliarsi, perché i pensionati li esauriranno. Questo darà una spinta ai consumi. In altre parole, gli squilibri interni dovrebbero cominciare a correggersi da soli. Questa è una storia a medio termine. Ma anche sul breve periodo, l'evidenza di un incremento dei prezzi dovrebbe contribuire a placare i timori di una sovracapacità. È difficile conciliare le paure sulla Scilla dell'eccesso di capacità produttiva con quelle sulla Cariddi dell'inflazione. Deve esistere la possibilità che la Cina passi (magari non agevolmente, ma sana e salva) attraverso questi due mostri.
(Traduzione di Gaia Seller)

22/01/2010