LO STRANO CASO DEL KARMAPA LAMA

LO STRANO CASO DEL KARMAPA LAMA

Pechino, 1 feb. - E alla fine, dopo giorni di silenzio, Pechino ha deciso di pronunciarsi: "Tutte le ipotesi apparse sulla stampa indiana mostrano il solito atteggiamento di sfiducia di Nuova Delhi nei confronti della Cina, - ha dichiarato ieri Xu Zhitao, un funzionario del dipartimento per gli affari etnici e religiosi - il Karmapa Lama non è né un agente né una spia cinese, e ha lasciato la Cina di sua spontanea volontà per ragioni religiose, esattamente come da lui stesso dichiarato".  La posizione ufficiale del governo, diffusa nel clima un po' sonnacchioso dei giorni precedenti alle feste per il nuovo anno, rappresenta l'ultimo atto di una vicenda intricata. Prendete i contrasti tra due potenze in ascesa come Cina e India, mescolate con un po' di spy story e di scandalo finanziario, e aggiungete infine il sapore inconfondibile del misticismo orientale: ecco servito il caso Karmapa Lama, l'ultima controversia tra Pechino e Nuova Delhi. Tutto è cominciato il 25 gennaio scorso con una vasta operazione antiriciclaggio della polizia indiana, che ha condotto all'arresto di diversi tibetani e al sequestro di banconote per il valore di un miliardo e seicento milioni di dollari. La quantità di denaro sarebbe già di per sé degna di interesse, ma che le banconote provengano da 25 paesi diversi - tra cui la Cina-, che il luogo del sequestro sia il monastero di Gyuto – a poca distanza da Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio-, e che uno degli arrestati sia il braccio destro della seconda figura più importante del buddismo tibetano dopo il Dalai Lama sono tutti fatti che proiettano la vicenda in una dimensione da intrigo internazionale.

 

Perché? Perché subito dopo lo scoppio dello scandalo, la stampa indiana si scatena in una ridda di ipotesi, supposizioni e accuse neanche troppo velate: il Karmapa Lama, il possibile successore del Dalai Lama, sarebbe in realtà un agente inviato da Pechino con la missione di spiare Nuova Delhi, estendere l'influenza cinese sull'India e stemperare il dissenso degli esuli tibetani nei confronti della Cina. Secondo il quotidiano The Times of India la pistola fumante - oltre al ritrovamento di ingenti quantità di moneta cinese - è costituita dalla sparizione delle cartelle cliniche del Karmapa Lama, che mostrerebbero come in realtà il monaco sarebbe troppo vecchio per essere la vera reincarnazione del primo Karmapa.

 

Ogyen Trinley Dorjie - questo è il vero nome del Diciassettesimo Karmapa Lama - non ha mai attirato particolari simpatie tra gli indiani, pur essendo il protetto del Dalai Lama. Nato in Tibet nel 1985, Ogyen venne riconosciuto come "Buddha vivente" tanto dai monaci tibetani fedeli alla linea del Dalai Lama che dal governo cinese, unico caso di accordo tra i due contendenti. Nel gennaio del 2000, con un'operazione della quale gli indiani sostengono di non essere mai stati informati e che suscitò le ire dei cinesi, il Lama quattordicenne venne fatto fuggire dal Tibet via Nepal, per poi ricomparire a Dharamsala: il Karmapa Lama era stato sottratto ai campi di rieducazione che impongono ai monaci tibetani la fedeltà al Partito Comunista Cinese, e poteva così completare la sua educazione sotto l'ala del Dalai Lama. Missione compiuta? Niente affatto, perché fin da allora Ogyen è stato al centro di voci e sospetti diffusi da alti dignitari del buddismo di Dharamsala e da esponenti del governo indiano. Adesso il Karmapa Lama si trova al centro di una bufera, nonostante la comunità tibetana in esilio abbia preso le sue difese e lo stesso Dalai Lama si sia espresso sul caso, sostenendo che il ritrovamento del denaro rappresenta "una leggerezza" e non la prova di un complotto ai suoi danni. "Il denaro è frutto di donazioni dei fedeli" ha detto il Karmapa agli inquirenti, mentre ieri il ministro degli Interni indiano ha dichiarato alla stampa che non "si è giunti ad alcuna conclusione su un'eventuale attività di spionaggio a vantaggio della Cina" da parte del monaco. Di sicuro, la posizione del Karmapa è diventata delicatissima: se l'attuale Dalai Lama decidesse di non reincarnarsi, come ha dichiarato in passato, le redini del buddismo tibetano passerebbero con ogni probabilità nelle sue mani, data l'assenza della seconda figura spirituale più importante -il Panchen Lama- , che il governo cinese fece sparire nel nulla nel 1995 per sostituirlo con un monaco fedele a Pechino, mai riconosciuto dai vertici di Dharamsala come legittima reincarnazione del primo Panchen.

 

Tutta la vicenda, inoltre, va inquadrata nelle continue tensioni che stanno caratterizzando il rapporto tra Cina e India da diversi mesi a questa parte: alla fine dell'estate del 2010 Nuova Delhi chiese a Pechino le ragioni della presenza di alcune migliaia di soldati del genio militare cinese in una zona di frontiera, contesa tra India e Pakistan, che secondo gli indiani avevano la missione di fornire sostegno a Islamabad per la realizzazione di alcune grandi opere infrastrutturali. Il caso provocò una serie di ritorsioni diplomatiche, tra cui la cancellazione della visita di un alto generale indiano in Cina. A settembre, nuovo incidente: Delhi accusò Pechino di essere al centro di una campagna di corruzione da 7 milioni di dollari per spostare gli equilibri del parlamento del Nepal -che gli indiani percepiscono da sempre come parte della loro  area di influenza- a favore degli esponenti del partito maoista. A dicembre, la visita del primo ministro Wen Jiabao ha gettato acqua sul fuoco grazie alla firma di importanti accordi commerciali tra i due giganti asiatici, che puntano a portare l'interscambio commerciale a quota  100 miliardi di dollari nel giro di cinque anni. Ma quello del Karmapa Lama è solo l'ennesimo sgambetto tra il Dragone cinese e la Tigre indiana. E di sicuro non è l'ultimo.

 

di Antonio Talia

 

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