Lo sguardo troppo corto della Cina sul renmimbi

Accademici e autorità politiche sono perfettamente d'accordo sul fatto che per rimettere in sesto e in moto l'economia mondiale è necessario procedere a un significativo riequilibrio. Si rendono infatti indispensabili maggiori risparmi nei paesi che presentano disavanzi e una maggiore domanda nei paesi eccedentari, specialmente i mercati asiatici emergenti. Nondimeno, la maggior parte delle organizzazioni internazionali prevede che a medio termine gli squilibri nei pagamenti aumenteranno ancora. Il Fondo monetario internazionale calcola che i surplus delle partite correnti cinesi aumenteranno nel 2010 fino a raggiungere l'8,6% del prodotto interno lordo, dopo essere scesi l'anno scorso al 7,8 per cento.
La ragione principale per l'attuale assenza di provvedimenti correttivi è che la classe politica in tutto il mondo più che sui vantaggi a lungo termine è incline a concentrarsi sui costi a breve termine delle operazioni di riequilibrio. Si tratta della medesima scarsa lungimiranza che è prevalsa nel periodo antecedente alla crisi, e che è ritornata ancora una volta in primo piano.
Si considerino, ad esempio, le attuali rigidità nelle politiche di cambio di varie economie asiatiche emergenti, in particolare quella cinese. Rimuovere queste rigidità gioverebbe sicuramente a un'economia mondiale più bilanciata, con benefici sia nei paesi eccedentari sia in quelli che presentano disavanzi.
Un graduale apprezzamento dei tassi di cambio nei paesi asiatici emergenti porterebbe a un relativo abbassamento dei prezzi dei prodotti commercializzati, e ciò di riflesso aumenterebbe il potere d'acquisto e stimolerebbe la domanda interna. Incentiverebbe il settore delle esportazioni a migliorare la produttività e a investire in settori ad alto valore aggiunto.
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C ontribuirebbe a portare la situazione monetaria di questi paesi più in linea con le necessità interne e a evitare di importare la posizione monetaria degli Stati Uniti, che è palesemente troppo ondivaga per le economie in rapida crescita e potrebbe alimentare bolle nei prezzi degli asset. Ridurrebbe infine l'incessante accumulo di riserve interne, anche dopo la crisi. Un regime più equilibrato dei tassi di cambio incoraggerebbe a risparmiare di più nei paesi che presentano passivi nelle partite correnti e ridurrebbe le pressioni protezionistiche, oggi in rapido aumento per reazione alle distorsioni della concorrenza.
A questo punto, se un graduale apprezzamento delle valute asiatiche - in particolare il renminbi - è nell'interesse di quei paesi e dell'economia mondiale in generale, ci si potrebbe giustamente chiedere perché una simile decisione non sia stata ancora presa. La risposta ha molto a che vedere con l'economia politica: nel bel mezzo di una crisi globale i vantaggi di uno status quo risultano più evidenti dei potenziali benefici di un cambiamento di rotta in politica, specialmente nelle economie emergenti, capaci di crescere a ritmo sostenuto per tutto il 2009.
In Cina il persistere di una valuta svalutata ha sovvenzionato, negli anni, le esportazioni. Mentre il settore dell'export andava via via crescendo, i "sussidi" gli hanno dato un'importanza sproporzionata, non solo in termini di produzione e di occupazione, ma anche come influenza sulle decisioni politiche. Poiché il commercio globale in seguito alla crisi economica si è considerevolmente contratto, gli esportatori stanno chiedendo a gran voce che il regime preferenziale dei tassi di cambio continui, affermando che qualsiasi adeguamento della valuta ridurrebbe la competitività e di conseguenza la produzione e l'occupazione. Oltretutto, la disponibilità di ingenti riserve di valuta estera ha contribuito a proteggere i mercati interni dal contagio globale.
Dopo la crisi è diventato più difficile sostenere la necessità di indurre un cambio di regime e arrivare a un graduale apprezzamento della valuta. Di solito una moneta sottovalutata porta maggiore inflazione e anche malcontento sociale, ma per ora le pressioni inflazionistiche restano sotto controllo. L'inflazione del prezzo degli asset è considerata preoccupazione secondaria, che colpisce solo i più abbienti. Il rapido ritmo di crescita del credito (in Cina oltre il 30%) non pare aver ancora portato a un anomalo accumulo di prestiti non-performing, mentre i provvedimenti amministrativi sono considerati – con grande ingenuità – sufficienti a controllare quella crescita. L'incessante accumulo delle riserve monetarie straniere è percepito non come onere fiscale per i cittadini, ma come baluardo per le crisi future.
Nel complesso, la crisi globale pare aver rafforzato l'influenza di quelle parti della società favorevoli a proseguire il regime attuale e al contempo aver reso più fioca la voce di quanti chiedevano le tanto necessarie riforme. Di conseguenza, ancora una volta obiettivi a breve termine potrebbero non tener conto di politiche economiche equilibrate e sostenibili. È un problema di economia politica ben noto nelle democrazie occidentali, che però non pare più essere loro esclusiva. E si tratta di un rischio ulteriore per la cooperazione politica internazionale e la ripresa dell'economia mondiale.
Lorenzo Bini Smaghi è membro del consiglio esecutivo
della Banca centrale europea
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06/01/2010