Lite tra Cina e Giappone ma affari a gonfie vele

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Il caso del peschereccio cinese sconfinato una decina di giorni fa in acque territoriali nipponiche tiene alta la tensione tra Cina e Giappone. Durante il fine settimana, le due superpotenze asiatiche sono state protagoniste di uno scambio di pesanti bordate politico-diplomatiche. La prima a fare fuoco è stata Tokyo annunciando che Zhan Qixiong, il comandante del vascello cinese accusato di aver speronato due motovedette giapponesi al largo delle isole Senkaku, resterà in carcere per almeno altri dieci giorni. Pechino ha replicato sospendendo tutti i contatti a livello ministeriale con il Governo nipponico.
Cina e Giappone, insomma, sembrano decise a non mollare un solo millimetro nel braccio di ferro ingaggiato sul piccolo arcipelago situato nel Mar della Cina Orientale a qualche centinaio di chilometri dall'isola di Okinawa. È una contesa che dura ormai da decenni. Per Tokyo quel pugno di scogli sperduti e disabitati si chiama Senkaku; per Pechino invece Diaoyu.
Ma l'origine della querelle non è solo semantica. Sotto il fondo marino delle isole della discordia, infatti, ci sarebbero ricchi giacimenti di gas naturale. La questione cruciale, visto che l'arcipelago si trova giusto a cavallo della linea di demarcazione delle acque territoriali tra i due paesi, è su chi abbia diritto di sfruttarli. Negli ultimi anni, i due Governi sono stati più volte sul punto di raggiungere un accordo politico. Ma poi, per un motivo o per un altro, le dichiarazioni di buona volontà firmate a tavolino sono diventate carta straccia. Lo sconfinamento del peschereccio cinese, dunque, è solo l'ultimo di una catena di incidenti che periodicamente riportano i negoziati al punto zero.
Come andrà a finire l'ennesima disputa sulle isole Senkaku-Diaoyu? Il can-can scatenato dalla vicenda in entrambi i paesi, non solo a livello governativo ma anche di opinione pubblica (i giapponesi chiedono intransigenza, i cinesi invocano rappresaglie), lascerebbe ipotizzare un'escalation della crisi. Una crisi che, però, va analizzata non solo sotto il profilo politico-diplomatico, ma anche e soprattutto sotto quello economico-finanziario.
Ieri, proprio mentre Tokyo e Pechino si lanciavano strali avvelenati sull'arcipelago della discordia, l'amministratore delegato di Nissan Motor, Carlos Ghosn, annunciava un massiccio piano d'investimenti destinato a raddoppiare entro la fine del 2012 la produzione della casa automobilistica nipponica in Cina. L'obiettivo di Nissan, ha spiegato Ghosn, è raggiungere una capacità annua di 1,2 milioni di vetture in modo di aumentare dall'attuale 6 al 10% la propria quota sul principale mercato mondiale delle quattroruote.
I piani di sviluppo di Nissan, così come i recenti copiosi acquisti di bond giapponesi da parte di istituzioni finanziarie cinesi e l'elevata interdipendenza economica raggiunta tra le due superpotenze, danno conto meglio di qualsiasi altra dichiarazione politica di quali siano oggi i veri rapporti tra Tokyo e Pechino. Oltre 270 miliardi di dollari d'interscambio commerciale annuo non potranno certo naufragare tra un pugno di scogli sperduti nel Mar della Cina.
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21/09/2010