Le sette discordie del summit coreano

Mentre i leader delle maggiori potenze mondiali si apprestano a riunirsi per il G-20, il Paese ospitante, la Corea del Sud, definisce ottimisticamente l'organizzazione il «comitato direttivo del pianeta». Ma sono talmente tanti a contendersi il timone che il G-20 potrà dirsi fortunato se riuscirà a non colare a picco.
Subito dopo il crollo della Lehman Brothers, i leader mondiali serrarono le fila e agirono di concerto. Il presidente francese Nicolas Sarkozy disse entusiasticamente: «Il G-20 preannuncia la governance mondiale del XXI secolo».
Oggi come oggi, però, sembra preannunciare più che altro i conflitti internazionali del XXI secolo. Nella maggior parte dei casi al cuore della tensione ci sono soprattutto Stati Uniti e Cina. Ma il mondo non si divide tra filoamericani e filocinesi: sono sette le linee di faglia che dividono il G-20.



1 Paesi in surplus contro paesi in deficit
Quei paesi che hanno un forte deficit commerciale e nel saldo con l'estero vogliono che il G-20 discuta degli squilibri economici. Ma devono fare i conti con «l'asse del surplus», per nulla convinto della necessità di agire. Al cuore di questa contesa ci sono americani e cinesi, ma la Germania, un altro grande paese esportatore, ha criticato la politica economica americana e respinto l'appello a fissare obbiettivi numerici per i disavanzi nel saldo con l'estero ancora più duramente di quanto non abbia fatto la Cina. Altri importanti esponenti dell'asse del surplus sono il Giappone e l'Arabia Saudita.
2 Manipolatori contro manipolati
L'America accusa la Cina di manipolare il tasso di cambio mantenendo deliberatamente sottovalutato lo yuan. La Cina replica che è l'America che manipola i mercati stampando dollari. Il resto del G-20 teme di fare le spese di una guerra valutaria mondiale. Qualcuno, in particolare gli indiani, sembra più inquieto per la sottovalutazione dello yuan. Qualcun altro, come i tedeschi, sembra temere di più le iniziative della Federal Reserve. Ma nessuno vuole andarci di mezzo.
3 Sparagnini contro spendaccioni
Due anni fa era l'argomento principale del G-20, con americani e britannici che peroravano la causa della spesa in disavanzo e la Germania che alzava le barricate. Ora Londra si è unita al coro degli sparagnini e la situazione politica Oltreoceano lega le mani agli spendaccioni di Washington. Forse resterà solo il Fondo monetario internazionale a invocare un rilancio degli stimoli di bilancio.
4 Democrazie contro autocrazie
Scorrendo la lista dei membri del G-20 si vede subito quanto sia anomalo ormai il sistema politico cinese. Delle 20 grandi potenze intorno al tavolo, la Cina e l'Arabia Saudita sono gli unici due paesi esplicitamente antidemocratici, con la Russia a metà strada fra il campo democratico e quello autoritario. Ma per fortuna della Cina è raro che il G-20 si divida secondo questo criterio. In parte perché l'agenda in discussione ai vertici del G-20 è ancora largamente dominata dai temi economici. E in parte perché, perfino quelle volte che il G-20 scarta verso temi politici, ci sono altre divisioni che pesano più della spaccatura fra democrazie e autocrazie.
5 Occidente contro resto del mondo
L'esistenza stessa del G-20 è un'ammissione che l'equilibrio mondiale del potere è cambiato. Il vecchio G-7 in sostanza era il mondo bianco e occidentale con l'aggiunta del Giappone. Il nuovo G-20 include potenze emergenti un tempo colonizzate o sconfitte dalle potenze occidentali (la Cina, l'India, il Sudafrica, l'Indonesia, il Brasile). Questo significa che oltre alle divisioni economiche e politiche, facilmente identificabili, all'interno del G-20 agiscono divisioni emotive, identitarie e razziali.
Il complesso intreccio tra economia ed emozione è evidente ogni qual volta la discussione si sposta sui cambiamenti climatici. Dopo il fallimento del vertice Onu di Copenaghen qualcuno sperava che il G-20 fosse il consesso giusto per giungere a un accordo sul clima. In realtà, le divisioni emerse all'Onu si sono ripetute identiche nel G-20. Cinesi, indiani e brasiliani sottolineano che in passato sono state le nazioni industrializzate dell'Occidente a riversare nell'atmosfera il grosso delle emissioni di gas serra, e che ancora oggi questi paesi hanno un consumo di energia pro capite di gran lunga superiore a quello dei Paesi in via di sviluppo. Americani ed europei rispondono che adesso è la Cina il maggiore inquinatore mondiale, e che nessun accordo può sperare di funzionare se anche i paesi in via di sviluppo non si impegnano a tagliare le emissioni. Il risultato è un deleterio stallo.
6 Interventisti contro sovranisti
Le nazioni del G-20 devono affrontare un problema filosofico di fondo: cercare di stipulare nuovi accordi vincolanti o andare avanti su base volontaria? Per una volta, Stati Uniti e Cina, essendo due grandi Paesi molto gelosi della propria sovranità nazionale, sono tendenzialmente dalla stessa parte della barricata, entrambi reticenti a sottoscrivere nuovi assetti giuridici internazionali. I paesi dell'Unione Europea, invece, adorano i nuovi trattati internazionali e sperano che il G-20 un giorno possa diventare quel governo «planetario» di cui parlava Sarkozy. Sono destinati probabilmente a rimanere delusi.
7 Grandi contro piccoli
C'è una sola linea di frattura che non può trovare espressione in un vertice del G-20, ed è la frattura tra i 20 grandi paesi che si sono assicurati un posto nel consesso e gli altri 170 e rotti che ne sono esclusi. La presenza di organizzazioni come l'Onu e la Banca mondiale è pensata in parte come misura di compensazione nei confronti delle nazioni non rappresentate. Ma gli «altri» contestano sempre più apertamente la pretesa del G-20 di essere «il comitato direttivo del mondo».
La conclusione è scoraggiante. Invece di essere la soluzione ai problemi più urgenti del pianeta, il G-20 appare sempre più diviso, inefficace e illegittimo.
Gideon Rachman è l'autore di un nuovo libro, Zero-Sum World.
(Traduzione di Gaia Seller)

10/11/2010