Le riserve di Pechino volano oltre 3mila miliardi di dollari

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Le riserve valutarie cinesi volano oltre 3mila miliardi di dollari. Al 31 marzo scorso, ha comunicato ieri la People's Bank of China, Pechino custodiva nei suoi forzieri un tesoretto in valuta pregiata pari a 3.045 miliardi di dollari (197 miliardi in più rispetto al trimestre precedente). Si tratta di una cifra astronomica mai raggiunta prima nella storia dell'economia mondiale.
Giusto per inquadrare l'ordine di grandezza, basti pensare che oggi le riserve valutarie del Giappone (il secondo detentore mondiale di moneta pregiata) ammontano a circa un terzo di quelle cinesi.
Ma ciò che fa ancor più impressione è la rapidità con cui il Dragone ha accumulato questa montagna di valuta. Grazie al boom delle esportazioni, alla crescita del surplus commerciale, e ai massicci acquisti di dollari operati da Pechino per tenere basso il cambio dello yuan, nel giro di dieci anni le riserve della superpotenza asiatica si moltiplicate di 17 volte.
Così se alla fine degli anni 90 la leadership cinese era preoccupata dell'esiguità del suo tesoretto valutario ritenendolo insufficiente per far fronte a improvvise situazioni di crisi, oggi quest'ultima ha un problema esattamente opposto: un eccesso di riserve valutarie.
Il conto è presto fatto. Secondo gli standard internazionali, per essere in equilibrio contabile, un Paese dovrebbe detenere una quantità di divisa estera sufficiente a coprire l'intero debito estero a breve termine e a pagare tre mesi di importazioni.
Il che significa che oggi a Pechino basterebbe avere in cassa circa 800 miliardi di dollari. E anche considerando il trend rialzista dei prezzi delle materie prime e dell'energia, che il Dragone compra a mani basse sui mercati internazionali, mille miliardi di dollari rappresenterebbero un ampio livello di sicurezza.
La Cina, dunque, si ritrova con 2mila miliardi di dollari di valuta in più. Che creano grossi squilibri nell'assetto macroeconomico del Paese. Il principale è senza dubbio la creazione indotta di liquidità. Per assorbire ogni dollaro che entra nel Paese, infatti, la banca centrale deve stampare 6,5 yuan. Se i dollari in ingresso sono tanti (197 miliardi nel primo trimestre 2011), quest'operazione si traduce in un colossale allargamento della base monetaria domestica. Così, sebbene la People's Bank of China si prodighi quotidianamente per "sterilizzare" gli introiti di valuta estera, l'offerta di moneta continua a lievitare spingendo verso l'alto l'inflazione.
Con un indice dei prezzi al consumo che cresce al ritmo più alto degli ultimi tre anni (secondo le stime degli economisti +5,4% a marzo), e un credito bancario che continua ad aumentare (104 miliardi di dollari erogati a marzo) a dispetto delle misure di raffreddamento varate dal Governo, Pechino sembra costretta a una scelta obbligata: aumentare ancora i tassi d'interesse, stringere i cordoni del credito, e rivalutare lo yuan.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

15/04/2011