Le Pmi cinesi scoprono la concorrenza

Lamentano difficoltà a trattenere il personale qualificato. Non sono sicure di avere in cassa tutto il denaro che serve loro a crescere. Ma il dato più significativo è il terzo: le Pmi cinesi cominciano a sentire il fiato sul collo della concorrenza internazionale.
L'inizio del declino? Per carità, siamo lontani da uno scenario di questo genere, non foss'altro che il fatturato delle piccole imprese di Pechino continua saldamente ad aumentare. Chiamiamola, semmai, una necessaria tappa lungo la via dell'avanzamento economico del paese. In ogni caso, la notizia è di quelle che meritano approfondimento. Anche la Cina della corsa inesorabile ogni tanto si imbatte in un sassolino.
A registrare il dato è la ricerca firmata da Forbes Insights insieme ad Acca (l'associazione globale degli esperti contabili) e, tra gli altri, al Cndcec, l'ente rappresentativo della professione contabile in Italia. Oltre 1.750 le Pmi intervistate, appartenenti a cinque paesi oltre il nostro: Canada, Singapore, Sudafrica, Regno Unito e Cina, appunto. Si chiedeva loro quale fosse stata la sfida principale affrontata nel 2010: il 34% delle Pmi cinesi - una sue tre - ha puntato il dito contro l'incremento della concorrenza, mentre solo il 20% delle altre imprese ha scelto questa risposta. Quattro Pmi su dieci fra quelle intervistate hanno dichiarato invece di non essere sicure di avere le riserve di cassa adeguate a resistere a un'altra crisi finanziaria: nel caso della Cina, le imprese timorose erano addirittura cinque su dieci.
Cos'è successo alle Pmi del Dragone, che (dati Euromonitor) rappresentano il 59% del Pil, il 50% degli introiti fiscali, il 68% dei commerci con l'estero e il 75% dell'occupazione urbana di tutta la Cina? La prima colpa è dell'inflazione, sostiene Alberto Forchielli: ideatore del fondo di private equity Mandarin Capital Partners e presidente di Osservatorio Asia, è l'unico europeo ad avere un blog sulla rivista economica "Caixin", una delle voci più indipendenti della Cina. «Per le Pmi cinesi – aggiunge – il costo del lavoro è aumentato di circa il 15%, più della produttività, che pur è cresciuta dell'8%. Senza contare che il prezzo delle commodities è andato alle stelle. Queste imprese operano nelle fasce a basso valore aggiunto, dai giocattoli al tessile, dall'arredamento all'elettronica: ovvio che con un aumento dei costi di questa portata sentano il fiato sul collo della concorrenza». Non la nostra, però, si badi bene: quella di Paesi dove produrre costa ancora meno. Come il Vietnam, la Cambogia, le Filippine, il Bangladesh. Qualcosa però l'Italia potrebbe guadagnarci lo stesso. «Per posizionarsi su fasce più alte, alle Pmi cinesi servono marchi e reti distributive degne di questo nome – sostiene Forchielli – e questo potrebbe portare a più acquisizioni in Europa».
La paura per le insufficienze di cassa, invece, è legata alla difficoltà di accesso al credito per le Pmi cinesi. «Le banche di Pechino – sostiene Forchielli – sono arretrate come le nostre negli anni 60. Il governo cerca di favorire i piccoli imprenditori con incentivi sui terreni dei parchi industriali. Ma una volta costruita la fabbrica, sul circolante per andare avanti queste Pmi si devono arrangiare. Ecco perché molte piccole, non appena crescono un minimo, vanno subito in Borsa».
Sistema bancario arretrato, dunque. Ma non solo: a tormentare il sonno dei piccoli imprenditori cinesi ci si è messa anche una vigorosa stretta sul credito. Pechino vuole limitare l'inflazione, e lo fa a scapito delle sue imprese più piccole: le grandi, infatti, non hanno nessun problema a rivolgersi alle banche statali, i cui cordoni restano ben aperti. Il fenomeno - si è letto la settimana scorsa proprio sul Caixin - è particolarmente marcato nella provincia dello Zhejiang, una delle più ricche e dinamiche del paese, dimora di migliaia di piccole imprese cinesi. A denunciarlo è o Zhejiang Development and Reform Insitute: le Pmi stanno faticando a ottenere prestiti dalle banche private e questo sta mettendo a rischio i piani di espansione di molte aziende per questo 2011. La società di analisi di Shanghai, Cebm Group, rincara la dose: solo le piccole imprese più redditizie hanno accesso al credito, e per di più a un tasso annuale tra il 12 e il 15%, vale a dire a un terzo di più del tasso di riferimento nazionale. A rischio, secondo il Cebm, non ci sarebbero solo i piani per il futuro, ma addirittura il completamento dei progetti già avviati.
Sul futuro delle Pmi, del resto, la nomenklatura di Pechino è divisa. C'è chi vuole tutelarle, e chi invece punta alla selezione della specie provocata da una rivalutazione dello yuan: le imprese meno performanti soccomberebbero, le altre sarebbero portate a fondersi tra loro e a diventare più grandi. Un altro modo per far compiere all'industria cinese quel salto di qualità che la metterebbe al riparo, appunto, dalla concorrenza.
micaela.cappellini@ilsole24ore.com
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PIL PRODOTTO DALLE PMI
In Cina le piccole e medie imprese contribuiscono a formare oltre la metà del Pil
TEMONO LA CONCORRENZA
Un terzo delle Pmi cinesi considerano questa la sfida più difficile affrontata nel 2010
CASSA INSUFFICIENTE
Una Pmi su due sostiene di non avere in cassa la liquidità sufficiente ad affrontare le sfide del 2011
L'AUMENTO DEI SALARI
In media nell'ultimo anno il costo del lavoro in Cina è aumentato più della produttività (+8%)
Il confronto con gli altri Paesi
L'handicap maggiore per le Pmi sudafricane? È nella gestione del flusso di cassa che rischia di frenare la ripresa. Un ostacolo che accomuna praticamente tutte le Pmi del paese. Poco più della metà del campione considerato avverte un peggioramento della situazione, mentre per un terzo non ci sono stati cambiamenti rilevanti; il 67% delle medie imprese riscontra maggiori problemi nel gestire la liquidità. Ad accentuare le difficoltà ci sono i ritardi nei pagamenti, preoccupazione che si aggiunge a quella per gli aumenti generalizzati, alla difficoltà a limare i costi e alla perdita di clienti fidelizzati. E se un domani si dovesse ripetere un'altra crisi finanziaria, un'azienda su due non avrebbe riserve di cassa tali da assicurare la sopravvivenza.
Comunque nel biennio della recente crisi oltre i due terzi delle Pmi del Paese è riuscita ad accedere, in tutto o in parte, ai finanziamenti richiesti. Nel prossimo biennio le risorse verranno raccolte con credito commerciale, fidi bancari garantiti e carte di credito aziendali. Tra i vari strumenti c'è anche la voce prestiti da amici e familiari. Altri nodi sono legati all'ampiamento del mercato (36%) e al mantenimento dei margini per la quota restante. C'è ottimismo per quanto riguarda l'andamento dei ricavi: quasi il 75% prevede un aumento. La chiave di questo successo atteso è da cercare nell'innovazione di prodotto e nell'espansione su scala nazionale delle imprese.
Il barometro dei ricavi per le Pmi di Singapore è orientato al bello: il 56% per quest'anno prevede un incremento del giro d'affari mentre per il 37% resterà invariato. Oltre ai consueti elementi di sviluppo le imprese di una delle tigri del Far East si attendono una crescita, a partire da alleanze strategiche e dall'espansione internazionale. Nel 2010, però, le imprese di Singapore hanno subito l'aumento della concorrenza e l'incertezza economica. In affanno le microimprese, le più preoccupare della gestione dei clienti, mentre il trait d'union per tutte è nella difficile gestione della cassa. L'operatività è ostacolata da un aumento dei costi generali e dai ritardi nei pagamenti, mentre i fornitori hanno applicato tempi più stringenti. Un elemento di tranquillità è legato alle riserve di cassa che, per i due terzi del campione, sono considerate sufficienti per superare una eventuale futura crisi finanziaria. Premiante si rivela il sistema di accesso ai finanziamenti: non solo nel 2010 è migliorato, ma per quest'anno le aziende si attendono ulteriori facilitazioni. Si intensificherà il ricorso ai sussidi pubblici, alle garanzie assicurative pubbliche e ai fidi bancari non garantiti. Risorse destinate al reclutamento del personale, agli investimenti in hi-tech e all'espansione della capacità produttiva. È un effetto collaterale portato dalla recessione, che ha migliorato i processi di pianificazione e gestione dell'attività.
Si prospetta come una buona annata il 2011, per le Pmi del Canada. Poco più del 50% prevede un aumento del fatturato e della reddittività, contro il 40% che nel 2010 ha dichiarato una crescita dei ricavi. Un clima favorevole che, nelle attese, porterà alla creazione di nuovi posti di lavoro. Un terzo delle aziende in crescita, infatti, vede nell'assunzione del personale un potenziale fattore di sviluppo. Altri fattori di crescita sono considerati i nuovi prodotti e servizi in fase di lancio, nonché l'aumento delle vendite di quelli già ora offerti. La liquidità è il nodo cruciale, perché nel 2010 il clima è peggiorato per quasi un terzo del campione. Da qui la mission di un controllo stringente dei costi, ma tra i problemi all'ordine del giorno c'è anche l'aumento delle spese generali e delle tasse. Così una azienda su tre avanza dubbi sulla propria "resistenza" nel caso si ripeta un'altra frenata dell'economia. Preoccupa il 65% del campione l'aumento della competitività, mentre la metà avanza dubbi sulla propria sopravvivenza nel lungo periodo a causa della sottocapitalizzazione. Con il capitale fornito da terzi nell'arco dei prossimi 24 mesi, dai business angels al private equity, dal reinvestimento degli utili in azienda alla quotazione in Borsa (strada a cui sta pensando una Pmi su cinque), le aziende puntano ad aumentare lo staff, a investire nelle nuove tecnologie e a espandersi internamente.
a cura di Enrico Netti

18/04/2011