Le economie in surplus si scoprono vulnerabili

Un tempo c'erano regole semplici, o almeno così sembrava. Un deficit con l'estero, l'eccesso di importazioni sulle esportazioni, segnalava un Paese che viveva al di sopra dei propri mezzi, e creava una situazione di vulnerabilità. Soprattutto se era accompagnato da un forte flusso in arrivo di capitali finanziari, che al minimo scricchiolio avrebbero potuto volare via, travolgendo il cambio e, attraverso la valuta, tutta l'economia.
La presenza di un surplus, invece, era segno di una crescita solida. Al punto che molti Paesi hanno fondato il loro modello di sviluppo sulle esportazioni: una versione aggiornata, e meno aggressiva, dell'antico mercantilismo imperante tra il sedicesimo e il diciottesimo secolo che puntava ad attirare in patria oro (oggi riserve valutarie). Magari per finanziare le guerre.
La crisi ha ora travolto anche queste vecchie regole. Tutti i Paesi con deficit con l'estero sono in difficoltà, in genere per le turbolenze sul mercato dei cambi: Ungheria, Lettonia, Islanda sono esempi evidenti. Quelli in surplus soffrono persino di più perché l'impatto della crisi cade direttamente sulla crescita.
I numeri sono sorprendenti: dal caso orientale di Singapore (che ha un avanzo pari al 28% del Pil e una decrescita annualizzata del 16,4%) a quello occidentale di Eurolandia (che ha un surplus dell'1,8% e vede l'attività economica contrarsi del 5,9 per cento), il fenomeno è evidente. «La ragione di questa situazione - spiega Dean Maki di Barclays che a questo tema ha dedicato una ricerca - non è nel fatto che i surplus sono negativi per la crescita; ma nell'attuale recessione sincronizzata, il commercio internazionale di beni è crollato a un ritmo molto più rapido dell'economia mondiale nel suo complesso: molte economie con i maggiori avanzi commerciali erano poi specializzate nel produrre ed esportare prodotti ciclici, proprio i prodotti che sono stati i più colpiti dalla recessione».
Quella vecchia regola forse richiede solo una modifica: queste economie potrebbero essere le prime a rimbalzare, ora che le scorte di prodotti sono esaurite e le imprese potrebbero riprendere a lavorare. «A febbraio - aggiunge Maki - ci sono stati alcuni progressi nelle esportazioni dei Paesi asiatici, in particolare Corea, Taiwan e Singapore, soprattutto verso la Cina. Anche se questi dati sono distorti dagli effetti nel Capodanno lunare». Questa settimana sono previste le statistiche di marzo per la Corea, che offriranno l'occasione per una verifica importante: l'ottimismo non è condiviso da tutti.
Il rischio vero per questi Paesi si chiama però protezionismo. Quando l'incertezza domina, la tentazione di alzare le barriere alle importazioni diventa grande. Anche se i risultati sono pessimi: tra il 29 e il '33, ricorda Carl J. Riccadonna di Deutsche Bank, dopo l'innalzamento delle tariffe Usa, le esportazioni americane calarono del 61%, a causa delle ritorsioni dei partner commerciali.
Non tutti sembrano aver imparato questa lezione: se il ministro britannico alle attività produttive Peter Mandelson - ex commissario Ue al Commercio estero - considera le barriere commerciali «un infallibile modo per trasformare la recessione in depressione», il ministro delle Finanze francese, Christine Lagarde, ritiene che «un po' di protezionismo» non sia un male, ma un prezzo necessario da pagare per la crisi. Il sospetto è che - nei fatti e malgrado le dichiarazioni di principio che saranno ripetute dal G-20 della settimana prossima - possa prevalere l'approccio francese. Per guidare la globalizzazione sui binari giusti occorre poco, ma serve un Governo responsabile che sappia resistere alle pressioni; mentre alzare le barriere è molto semplice. I Paesi esportatori sono avvertiti.
riccardo.sorrentino@ilsole24ore.com di Riccardo Sorrentino

29/03/2009