Le aree contese del nuovo Eldorado

Oggi sono le "terre rare" a mettere in allarme i produttori di hi-tech e a spingerli verso fornitori alternativi con cui soddisfare quella domanda che la Cina non accoglie più.
Le aree "sensibili" però sono numerose, anche se non sembra che si possa manifestare una sorta di cartello per qualche metallo strategico. A dire il vero, il Kazakhstan si compiace di definirsi «l'Arabia saudita dell'uranio», ma un'Opec nel settore è impensabile. I maggiori produttori, alle spalle di Astana, sono nell'ordine Canada, Australia, Namibia, Russia e Niger, con prospettive di espansione concentrate proprio in Canada e Australia.
È vero però che il mercato dello yellow cake, l'ossido di uranio necessario per le centrali nucleari, può dare brutte sorprese agli utilizzatori dal punto di vista del prezzo. All'inizio del millennio le quotazioni oscillavano intorno a 7 dollari per libbra e dopo il 2005 un'impennata le portò fino ai 136 dollari del 2007. Solo la crisi e i piani di sviluppo minerario (lunghi e costosi) hanno mantenuto i livelli attuali sotto i 50 dollari, cifra abbordabile per i 438 reattori nucleari che nel 2008 hanno assorbito 59mila tonnellate di uranio (44mila provenienti dalle miniere, il resto da stock e dal riciclo). L'equilibrio però potrebbe rivelarsi fragile quando la domanda salirà per effetto dei piani energetici in Cina e altrove.
Nelle stime della Rbc Capital Markets, un deficit d'offerta rischia di presentarsi fin dal 2012.
Un'altra incognita riguarda il palladio, oggi utilissimo nelle marmitte catalitiche. I vertici della russa Norilsk, primo produttore mondiale, all'inizio di ottobre hanno allarmato gli utilizzatori affermando che «gli stock accantonati nelle riserve russe (che per un ventennio hanno invaso il mercato, ndr) potrebbero esaurirsi nel 2011». Senza queste scorte, il cui ammontare è un segreto di stato, si svilupperebbe un deficit di palladio capace di gonfiare i prezzi ben oltre il massimo di 601 dollari per oncia registrato nei primi giorni di ottobre a Londra.
Va da sé che la carenza di palladio per le marmitte non sarà più un problema quando le auto saranno elettriche. Le preoccupazioni in quel caso si sposteranno sulle terre rare, di cui si discute oggi, e sul litio, il metallo più leggero, da maneggiare con molta cura, ma considerato il toccasana per batterie ricaricabili.
Chi produce oggi batterie a ioni litio trova il carbonato di litio dalla cilena Sqm, dall'australiana Talison, dalle americane Rockwood e Fmc. Ma se l'espansione dovrà accelerare il suo ritmo, la corsa ad approvvigionarsi si sposterà verso il boliviano Salar de Uyuni, che contiene la metà delle risorse del pianeta.
L'importanza della Cina si riaffaccia invece per il gallio, byproduct dell'alluminio, usato per diodi e led, rincarato del 60% da inizio anno, anche se ancora molto lontano dal picco di 1.700 dollari per chilogrammo visto nel 2001. Pechino è il primo fornitore anche di indio, sottoprodotto dello zinco, indispensabile per gli schermi piatti di tv e computer, oggi quotato intorno a 560 dollari al chilogrammo.
Dipende dal Congo invece la preoccupazione di chi usa tantalite (industrie aerospaziali, computer), perché Kinshasa ha bloccato fino al 4 novembre le esportazioni, facendo salire i prezzi quest'anno del 140 per cento.
Il più pressante allarme-costi viene però dal selenio, usato nelle fotocellule e per produrre manganese elettrolitico, raddoppiato in poco più di un anno, a 43 dollari alla libbra. Questo mese non si è fatto mancare nemmeno un record storico: è quello dell'antimonio, rincarato di 10 volte in 10 anni e del 70% solo nel 2010. A 10,40 dollari al chilogrammo i produttori di vernici ignifughe possono solo lamentare il graduale calo dell'offerta. Che naturalmente, anche in questo caso, vede la Cina in prima fila.
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23/10/2010