LE ACQUE AGITATE DI ALIBABA

LE ACQUE AGITATE DI ALIBABA

Pechino, 01 mar. - Alibaba Group (alibaba.com) è uno dei più grandi siti internet di e-commerce business to business al mondo. Il suo fondatore, Jack Ma è un imprenditore rispettato nella comunità internazionale. Integro, affidabile e visionario a suo modo, ha deciso di chiamare così la sua idea, dopo aver chiesto in un ristorante a San Francisco, a persone sconosciute, cosa pensassero alla parola Alibaba. Tutti rispondevano: i quaranta ladroni. Jack Ma intuì che il nome poteva essere conosciuto e immediatamente ricordato in tutto il mondo: Alibaba non era un ladro, era una gentile persona che si occupava di business, dirà tempo dopo sul sito dell'idea divenuta nel frattempo un gigante mondiale. Infatti: Alibaba che ha base ad Hangzhou, sudest cinese, ha circa 56 milioni di utenti registrati in 240 paesi nei quali opera. Nel 2005 Yahoo! comprò il 40% delle azioni dell'azienda (quotata ad Hong Kong) lasciando nelle mani di Jack Ma tutte le sue operazioni asiatiche. Un'altra storia di successo cinese, che si espande oltre la grande muraglia.

 

Una settimana fa però, improvviso, è arrivato il diluvio: a causa di una ricerca interna, l'azienda ha scoperto un giro di frodi ai danni dei consumatori, che coinvolgevano parte dei suoi supplier e del suo staff di vendita. Non solo normali supplier, ma gold supplier, ovvero quelli certificati da aziende esterne come affidabili, fuori da ogni sospetto, onesti e validi. In pratica, venivano evitate procedure e regole interne, per spostare ingenti quantità di prodotti a prezzi scontati, a fronte di pagamenti di ogni genere, purché fossero in grado di uscire dalle operazioni di sicurezza previste dal sito. Sarebbero oltre 1000 i supplier coinvolti tra gli oltre 14 mila di Alibaba: secondo l'audit interno, si sarebbe trattato di un vero e proprio sistema in seno all'azienda, che ha immediatamente provveduto a licenziare i responsabili. Uno scandalo di proporzioni enormi, anche se sotto traccia sui media internazionali, che mina uno dei punti di forza di Alibaba. Anzi, la vera forza di Alibaba.

 

Questo aspetto è il cuore del suo business. Contrariamente a simili competitors occidentali, Alibaba non guadagna infatti sulle consegne, bensì proprio sulle quote di affiliazione che i supplier pagano per essere ammessi nell'elite dei gold members e godere dell'alto numero di affari di Alibaba. A sua volta Alibaba si basa su un modello di business che semplicemente mette online quanto migliaia di operatori e imprenditori fanno ogni anno: ovvero comprare dai cinesi (che acquistano anche in Vietnam, Cambogia e altri paesi) prodotti che poi rivendono sui proprio mercati interni.

 

L'indotto di Alibaba poi non è da meno. In Cina produce taobao.com una ebay cinese che soddisfa qualsiasi richiesta di acquisto, a prezzi contenuti. Chi scrive lo usa periodicamente: consegna rapida, prezzi buoni, pacchi ad ora neanche uno. E in più si può scegliere tra prodotti considerati autentici e fake, dando così una certezza circa la qualità dell'eventuale acquisto.

La tempesta che è piombata su Alibaba la settimana scorsa ha avuto esiti sconvolgenti per l'azienda: i due principali manager, pur non ritenuti coinvolti nello scandalo, per dare un segnale di integrità e trasparenza, si sono dimessi. Si tratta di  David Wei Zhe, il CEO ed Elvis Lee Shi-huei il COO. A capo e in sostituzione, viene posto proprio Jonathan Lu, 41 anni già CEO di Taobao.com.

 Il nuovo boss ha subito scritto una lettera ai dipendenti: "c'è un piccolo numero di colleghi che hanno perso la propria strada e hanno scelto un altro percorso. Dobbiamo immediatamente correggere questi errori per essere in grado di prevenirne in futuro". Anche Jack Ma, naturalmente, si è espresso sullo scandalo: "Non è il profitto il solo scopo di Alibaba – ha scritto - noi dobbiamo crescere senza urtare i consumatori, lasciare solo chi non sta alle regole. Il mondo non ha bisogno di un'altra azienda che insegue solo il profitto, quanto società che abbiano il coraggio di mettersi sulle spalle la propria responsabilità sociale".

di Simone Pieranni

questo articolo è apparso su China Files il 28 febbraio 2010.

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