La velocità di Shanghai città in ansia da prestazione

Paolo Madron

A Shanghai tutto corre. Corrono gli uomini, i soldi, i treni, le macchine, le biciclette, la metropolitana, i camerieri quando li chiami. Corrono verso un futuro che sentono di non aver ancora raggiunto ma vogliono afferrare prima possibile. Il governo locale ha espropriato la lentezza, l'ha fatta sparire persino dai vecchi quartieri della città che ancora sopravvivono all'ombra dei grattacieli.
Chi arriva si trova subito davanti al simbolo di questo nuovo ordine, il Maglev, il treno a levitazione magnetica più veloce del mondo, 30 chilometri in sette minuti, che porta i passeggeri dallo scalo di Pudong alla città. Più che un treno è una metafora. Ma dappertutto sembra si combatta un'accanita lotta contro il tempo: il viale che costeggia il fiume dalla parte del Bund, cuore della città vecchia, è un cantiere aperto. Bisogna finire entro marzo, perciò si lavora ininterrottamente giorno e notte.
Per l'Expo ci sono ancora due linee di metropolitana da completare, non ci si può cullare sugli allori pensando che già ora la rete sotterranea della città non ha eguali nella rapidità con cui è stata costruita. In lunghezza ha appena superato Parigi, e nel 2012 con i suoi 323 chilometri non avrà più rivali. C'è un'ansia da primato che si traduce in ansia di prestazione, e che dev'essere l'imprinting di questo secolo cinese che dopo essersi celebrato alle Olimpiadi di Pechino ora attende la glorificazione dall'Expo. Niente può deturpare l'immagine di scintillante vetrina che Shanghai vuole dare di sé, niente vi si può frapporre, nemmeno le 18mila famiglie che abitavano nell'area della mostra e che sono state prese e spostate altrove, in nuove case, senza che nessun tribunale o Tar ne abbia procrastinato la sorte. Ogni tappa raggiunta è un primato battuto, ogni volta è una festa in cui la comunità si autocelebra, ma giusto il brevissimo intervallo che precede l'inizio di un'altra impresa, perché la conquista del futuro appare un viaggio ancora lungo e interminabile.

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Dal comunismo si è passati al nazionalismo, i cui fasti si riflettono nell'orgoglio della gente e sulla forme mutanti del territorio, là dove i migliori architetti vengono a progettare gli edifici simbolo del rinascimento cinese. Dappertutto si plaude alla vittoria del bene comune, retaggio ancora integro della vecchia ideologia che però lo ha trasformato in sentimento condiviso. Ogni nuova costruzione è una riconquista dello spazio, un suo miglioramento.
L'ossessione di stupire qui è diventata parossismo. L'altro giorno, in una delle tante presentazioni-annuncio in vista dell'Expo, è stato illustrato il piano per mantenere pulita l'area durante il periodo della manifestazione. Se ne occuperanno 4 mila addetti, un esercito: la spazzatura, se ne calcolano 130 tonnellate al giorno, verrà rimossa ogni dieci minuti dal camioncini in servizio permanente controllati attraverso un sofisticato sistema satellitare. Questo è niente: ogni ora, le maniglie delle oltre 100 toilette verranno pulite, disinfettate e asciugate. Un prolungato mormorio di ammirazione sale dalla platea, con i più vecchi che si compiacciono di questo pragmatico passaggio dallo stato di polizia allo stato di pulizia. Tutto viene minuziosamente scandito, rendicontato: ogni settimana gli organizzatori fanno il punto su quel che hanno fatto e quel che resta da fare. Un modo per tenere alto l'interesse in vista dell'evento.
Gli shanghaiani sono stati educati ad assecondare queste magnifiche sorti e progressive: il comune organizza per loro corsi dove insegna come accogliere gli stranieri (ne aspettano 70 milioni) e cerca in tutti i modi di far imparare l'inglese anche ai più renitenti, come i taxisti, alla gran parte dei quali serve ancora l'indirizzo in cinese perché ti portino a destinazione. Ieri la municipalità, in collaborazione col ministero della Scienza e della tecnologia, ha dato il via all'imponente forum sull'innovazione.
Il suo presidente, Xu Guanhua, ci spiega che sul tema i cinesi sono molto indietro. Molto indietro? Francamente non sembra proprio. Ma Hu, che è stato ministro della Scienza e della tecnologia, usa parole di rimprovero per i suoi connazionali: «Sono ancora refrattari al nuovo perché prigionieri della loro cultura». E tutto quello che si vede, i progressi fatti, la città rivoltata come un calzino in pochi anni, tutto questo non conta? «No, perché i brevetti sono in mano ai paesi occidentali. Noi ce ne serviamo, ma sono un costo. Abbiamo bisogno d'innovazione, dobbiamo diventare noi esportatori di tecnologia. Ma dobbiamo muoverci più in fretta, correre», dice Xu. E conclude: «Le università coltivino i talenti invece che pensare solo a far soldi con i loro progetti».
Strano, perché visitando il Ceibs, ovvero la prima Business School dell'Asia che sta a un'ora di macchina dalla città, sembrava che i talenti fossero coltivati almeno quanto l'erba dell'inappuntabile prato inglese che ospita il campus. Ma i cinesi sono incontentabili, fanno una cosa e già pensano all'altra. E come tutti quelli che sono affetti da ansia di prestazione, non vivono il presente ma lo bruciano.
La smania del futuro la si respira nell'aria, «meno inquinata di una volta» assicurano gli abitanti, e ti insegue dappertutto. Anche nella spa del nostro albergo, dove due architetti misurano lo spazio in lungo e in largo. «Sa – spiega un addetto per scusarsi dell'intrusione che disturba il relax degli ospiti – dobbiamo rifare tutto prima dell'Expo». E in effetti, a ben guardare, la spa con le sue pareti scrostate e i bagni modello colonia estiva sa tanto di socialismo reale, di fanghi in Crimea o cure pagate dallo stato nelle terme-ospedale di Karlo Vivary quando in Cecoslovacchia la Primavera era di là da venire.
Anche questo è futuro, e nel modo in cui si confrontano sulla planimetria del progetto sembra che i due architetti la prendono con lo stesso impegno come se dovessero costruire un grattacielo e dare un contributo al Grande Cantiere che farà cambiare pelle alla città. Beati loro che al futuro ci credono, poveri noi che non solo abbiamo smesso di crederci, ma quel che è peggio non riusciamo neanche più a immaginarcelo.
Paolo Madron
paolo.madron@ilsole24ore.com
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25/10/2009