La stretta di Pechino: niente inglese nei media

Avevano cominciato i cantanti rock negli anni '80, poi i primi studenti rientrati in patria dopo un'esperienza all'estero, finché Internet ha abituato tutti, ragazzi e letterati, a quel «chinenglish», mix più o meno denso di inglese e cinese. Ma d'ora in poi acronimi e parole come Wto e cool non dovranno più comparire in alcuna pubblicazione cinese, pena una non precisata sanzione. Lo ha deciso l'amministrazione generale per la stampa e le pubblicazioni (Gapp), l'agenzia governativa incaricata di controllare il settore, per salvaguardare la purezza della lingua scritta. La disposizione afferma che «le parole straniere mischiate con quelle cinesi danneggiano gravemente la purezza della lingua» e proibisce la creazione di neologismi «che non sono né cinesi né stranieri e il cui significato non è chiaro». In caso di necessità la parola straniera dovrà essere accompagnata da una spiegazione o traduzione in cinese.
La questione è molto delicata, soprattutto se è vero che, come risulta da un sondaggio del quotidiano China Youth Daily, la maggioranza della popolazione è più impegnata a studiare l'inglese che il cinese. È la lingua scritta, infatti, a custodire la cultura millenaria del paese e a costituirne l'ossatura sociale e politica. Una sola per tutti a differenza di quella orale che si è divisa in numerosi ceppi, ha cementato nei millenni l'impero. Ed è proprio la lingua scritta a minacciare l'integrità politica del Paese quando parole «poco chiare» cavalcano Internet lanciando altrettanto «poco chiari» messaggi al mondo occidentale.
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23/12/2010