La strategia della Cina: piccoli passi e grandi riserve

Quando il resto del mondo è in crisi e la Cina corre al 10% Pechino sa che deve pagare il conto, per la sua corsa e per aiutare gli altri in difficoltà, cosa che innesterà il gioco a somma positiva per tutti dell'economia mondiale. Ma quanto Pechino può e deve pagare di questo conto è una questione tutta aperta, a cominciare da come contare il conto. Il punto centrale della riunione del G-20 di Parigi era trovare un meccanismo di intervento per misurare gli equilibri economici globali e quindi intervenire tempestivamente.
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Pechino però non era d'accordo sugli indicatori proposti, i tassi di cambio reali e le riserve monetarie, poiché entrambi puntano contro la Cina.
Con oltre 2.700 miliardi di dollari di riserve la Cina ha circa il 40% del totale delle riserve monetarie mondiali (oltre 7mila miliardi di dollari), inoltre il suo yuan (renminbi) è considerato sottovalutato in termini reali. Quindi in teoria Pechino dovrebbe intervenire sulla sua economia, rivalutare immediatamente il renminbi e alleggerire le riserve.
Pechino invece vuole passi graduali, il renminbi si è apprezzato sul dollaro del 26% negli ultimi cinque anni. Quest'anno dovrebbe esserci un'ulteriore passo ma il governo ha bisogno di dare tempo al suo mercato interno di espandersi per compensare il calo dell'export, e non vuole fondi speculativi che facciano esplodere l'inflazione.
Le riserve monetarie nascono poi proprio per il bisogno di sterilizzare il surplus commerciale, ma anche per l'esperienza della crisi asiatica del 1997-98, quando il mondo diceva di svalutare il renmimbi ma la Cina resistette.
Pechino vide che la muraglia contro la speculazione era il suo sistema di cambio fisso e la sua capacità di intervento a sostegno della moneta di Hong Kong con le sue già allora poderose riserve. Oggi che il cambio cinese si è parzialmente liberalizzato, Pechino pensa di avere bisogno di maggiori riserve.
Certo le riserve sono troppe comunque ma un riequilibrio della bilancia commerciale e più investimenti all'interno in infrastrutture, assistenza sanitaria ed educazione, dovrebbero asciugarli.
È sul surplus commerciale che vorrebbe intervenire. L'attivo di Pechino si sta infatti riducendo in questi mesi, inoltre il problema del surplus non è solo cinese. Germania e Giappone hanno problemi simili se non maggiori.
La Cina d'altro canto combatte una battaglia su due fronti, uno esterno, quello che si è visto a Parigi, e uno interno. Qui c'è una forte lobby di industriali dell'export, spesso privati, che temono di fallire per la rivalutazione. Una riduzione dell'export e un maggiore sforzo interno, in settori dominati dallo stato, stanno trasformando l'economia, alleggerendo il peso dei privati e aumentando quello statale, un segno contrario a 30 anni di direzione di riforme.
Questi interessi dei privati si sposano con una retorica nazionalista, che accusa il governo di allargarsi nell'economia per piegarsi poi ai desideri degli stranieri. La frase corrente per le difficoltà dei privati qui è guo jin min tui (lo stato avanza, il popolo si ritira). Il popolo non può però ritirarsi però perché 19 paesi stranieri lo ordinano a Parigi, la cosa sarebbe troppo simile all'assalto della colonizzazione della Cina dell'inizio del secolo scorso.
Infine Pechino, con un Pil che è ancora un terzo di quello americano, sa di non avere la forza di trainare il mondo. Quindi misure drastiche su cambio e riserve potrebbero aiutare gli altri ma a costo forse di ingrippare il motore cinese.
Ci sono poi due esperienze che spingono la Cina a pensare da sola. Negli anni 80 il Giappone rivalutò la sua moneta per le pressioni americane e entrò in crisi. Dieci anni dopo invece la Cina, durante la crisi asiatica appunto, non svalutò, e salvò la regione da un ciclo di svalutazioni competitive.
Tredici anni fa però Pechino aveva il sostegno politico di tutta l'Asia, oggi è sola. Le sue esportazioni, corazzate da un renminbi leggero, fanno male al deficit americano o europeo, ma competono anche con quelle di altri paesi emergenti, come l'India o il Brasile. Questa solitudine politica forse è il maggiore rischio della Cina oggi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA di Francesco Sisci

20/02/2011