La strategia americana si chiama « guerra di rete»

Ogni giorno, dice il professor John Arquilla, l'apparato militare americano spende un miliardo e 750 milioni di dollari in gigantesche navi, in super cannoni a lunga gittata e in elefantiache unità da combattimento che non solo non servono a vincere le guerre in corso, ma che addirittura rischiano di compromettere quelle del futuro. Arquilla è un teorico militare, insegna alla Naval Postgraduate School di Monterey, in California. La rivista Foreign Policy lo ha inserito nell'annuale lista dei grandi pensatori globali per aver immaginato le strategie e le modalità delle guerre del futuro.
Molti anni prima dell'11 settembre, Arquilla e il collega della Rand Corporation David Ronfeldt coniarono il termine netwar per descrivere il nuovo paradigma militare del XXI secolo. Era il 1993 e i due individuarono una forma emergente di guerra, di crimini e di militanza armata a bassa intensità, combattuta da soggetti legati in una rete sociale globale. I nuovi pericoli, spiegarono i due studiosi, arrivano da nemici organizzati più come Facebook che come la classica cavalleria dei film western.
«Dopo più di dieci anni - dice al Sole 24 Ore Arquilla - è chiaro che la cyberwar è arrivata». Con un'espressione in italiano, aggiunge: «È una specie di "guerra alla spicciolata", come dimostrano gli attacchi all'Estonia di alcuni anni fa». Il professore sostiene che il futuro delle guerre somiglierà molto alle operazioni terroristiche di Mumbai del 2008, quando dieci islamisti uccisero quasi duecento persone e tennero in ostaggio una delle città più grandi del mondo per tre giorni.
La guerra nell'età dell'informazione è diversa da quelle precedenti, ma i militari americani continuano a dividersi tra i sostenitori della dottrina shock and awe, colpisci e intimorisci, e quelli della overwhelming force, forza schiacciante, elaborata da Colin Powell all'inizio degli anni Novanta.
Non è sufficiente, dice Arquilla, potenziare gli eserciti e arricchire quelle strategie con le armi intelligenti, con gli aerei telecomandati e con le più avanzate diavolerie tecnologiche. La via indicata da Arquilla è di segno opposto: «Diventare più piccoli, stare più vicini ed essere più rapidi», altrimenti sarà un disastro finanziario, bellico e strategico per gli Stati Uniti.
La nuova strategia militare, spiega Arquilla, è stata adottata dal generale David Petraeus prima in Iraq e ora in Afghanistan. «La situazione in Iraq - afferma - non è migliorata perché sono stati mandati più soldati. È migliorata perché piccoli plotoni di soldati sono stati dislocati in giro per il paese fino a formare una rete fisica di avamposti militari. Allo stesso tempo è stata creata una rete sociale con gli ex ribelli. Il surge è stato questo. E questo è esattamente ciò che intendo per netwar, per network warfare, per strategia militare collegata in rete. Proprio adesso stiamo adottando la medesima strategia di "avamposto e coinvolgimento" in Afghanistan». Arquilla sostiene che la strategia militare del futuro trasformerà il complesso militare-industriale americano «da un'istituzione impegnata a costruire un numero relativamente piccolo di grandi cose, come ad esempio le portaerei, a un'organizzazione dedicata alla produzione di un grande numero di piccole cose, a cominciare dai sistemi d'arma telecomandati e anche autonomi».
In gioco c'è tanto, secondo il professore della Naval Postgraduate School: «Se gli Stati Uniti e i suoi alleati s'intestardiscono a mantenere gli strumenti di guerra del XX secolo, i costi continueranno a crescere in modo incontrollabile e l'efficacia degli eserciti diminuirà». Abbiamo bisogno, aggiunge Arquilla, di meno portaerei, di meno navi, di meno soldati. «La minaccia militare principale per gli Stati Uniti e il mondo occidentale - spiega - arriva da un network non statale in possesso di armi nucleari, da un'entità che non subisce le tradizionali minacce di deterrenza e che quindi ha un'enorme influenza sugli stati-nazione».
Trasformare gli eserciti secondo le idee di Arquilla, secondo i critici della rivoluzione hi-tech, potrebbe creare problemi nei confronti di potenziali nemici convenzionali, come la Cina. Ma Arquilla sostiene che «non c'è nessun bisogno di affrontare nemici convenzionali e di vecchio stampo come si faceva una volta». Nel libro Worst Enemies, il professore spiega come il modello di esercito del futuro sia adatto a combattere le reti terroristiche ma anche le forze armate vecchio stile. Il focus, però, è sulla guerra al terrorismo. «Negli ultimi dieci anni - dice Arquilla - al-Qaeda è stata capace di reclutare militanti, muovere denaro e controllare i suoi agenti sparsi in luoghi remoti attraverso l'uso del cyberspazio. La strada per vincere la sfida è lanciare una guerra tecnologica ideata per cacciare il network del terrore dal cyberspazio, dal campo virtuale. Se ci riuscissimo, al-Qaeda ne uscirebbe disarmata».
L'amministrazione Obama, secondo Arquilla, «sta facendo pochissimo» in questo senso, nonostante abbia nominato uno "zar" della guerra tecnologica, Howard Schmidt. L'esperto di Obama però ha detto in un'intervista a Wired che in corso non c'è nessuna cyberwar. «Di fronte alla schiacciante prova dell'avvio di una cyberwar - commenta sconsolato Arquilla - è davvero al di là di ogni immaginazione il fatto che un funzionario di alto livello arrivi a negare l'esistenza del problema». Secondo Arquilla c'è ancora speranza, però. Anche se prima si agisce meglio è. A proposito delle voci di un possibile ritiro dell'attuale capo del Pentagono Bob Gates, il professore di Monterey individua in Richard Danzig, ex segretario alla Marina, il candidato ideale per il Dipartimento della difesa del futuro. «Di tutti i personaggi della scena politica di Washington - conclude Arquilla - Danzig è quello con la conoscenza più profonda delle implicazioni strategiche dell'età dell'informazione».
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20/01/2011