LA "SINDROME FOSHAN"

LA "SINDROME FOSHAN"

Pechino, 11 giu.- La "sindrome Foshan" fa scuola: dopo il caso dell'immenso stabilimento del Guangdong dove l'Honda produce componentistica per automobili, bloccato da una serie di scioperi che avevano paralizzato l'intera linea produttiva della casa giapponese, è stato il turno di Shenyang, capitale della provincia del Liaoning, nel nordest del paese, dove i lavoratori della catena Kentucky Fried Chicken avevano incrociato le braccia per chiedere  alla casa madre di portare il loro salario mensile a 900 yuan (108 euro). Successivamente è toccato alla KOK Machinery di Kunshan, con 2mila operai in agitazione, a una licenziataria dell'Adidas – dove i lavoratori sono sul piede di guerra per la morte di alcuni colleghi- e di nuovo all'Honda, con l'85% dei 1500 dipendenti della Honda Lock Co. del Guangdong che hanno interrotto la produzione chiedendo un aumento di stipendio da 1700 a 2040 yuan mensili (poco più di 200 euro). Aumenta la consapevolezza dell'operaio cinese? Quanto possono diffondersi le proteste nelle fabbriche del resto del paese? Quanto conta l'approvazione della nuova legge sul contratto di lavoro varata nel 2008? "Sicuramente oggi i lavoratori hanno una maggiore consapevolezza dei propri diritti – spiega l'avvocato Sara Marchetta, senior associate dello studio legale Chiomenti a Pechino-, l'Employment Labor Law del 2008 e le sue implementing regulations sono infatti largamente applicate e pubblicizzate a livello amministrativo. Inoltre, in Cina il coefficiente di Gini, il divario tra benestanti ed operai, si sta allargando a vista d'occhio, e più i colletti bianchi crescono, più gli operai fanno confronti. La nuova legge ha effettivamente dato più diritti al lavoratore, i diritti concessi sono più chiari e gli organi arbitrali e giudiziari - per una precisa volontà politica - sono obbligati ad applicare la nuova norma. Si tratta di una legge che, essendo più favorevole al lavoratore, favorisce anche migliori risultati delle dispute,  un fattore che spinge altri lavoratori ad utilizzare i giudici come strumento di tutela dei propri diritti: in tutto il paese, in effetti, si è assistito a un'impennata delle controversie giuslavoristiche. Non saprei dire, però, se questa ondata di scioperi rappresenti anche uno sfogo ed un modo per cominciare a parlare di altri diritti, come quello alla salute  o il diritto al lavoro, che costituiscono i diritti economici e sociali riconosciuti come fondamentali dal governo". Ma è proprio lo stesso diritto allo sciopero a non essere riconosciuto: "Fin dalla Costituzione del 1982 lo sciopero, in  effetti, non è più un diritto costituzionale - spiega Marchetta - anzi; una serie di leggi vieta esplicitamente il diritto ad astenersi dal lavoro per i funzionari civili, i giudici, i procuratori e la polizia. I rappresentanti del Partito, inoltre, sono presenti in  molte unità di lavoro e molti di loro spesso sono anche rappresentanti sindacali: ebbene, esiste addirittura un regolamento interno del PCC del 2004 che prevede sanzioni per i funzionari di partito responsabili di una giurisdizione nella quale c'è stato uno sciopero. Infine, molte normative locali prevedono che sia il labor bureau locale a cercare di risolvere le questioni tra lavoratori ed imprese, ma non è ancora stata stabilita una procedura certa e prevedibile su quelle che potrebbero essere le azioni ed il ruolo dell'amministrazione del posto". Capire come funzionino effettivamente gli accordi di fabbrica, in  assenza di un  sindacato credibile risulta quindi molto difficile: "Dobbiamo fare da soli- si leggeva in una delle chatroom dalle quali sono partiti gli appelli agli scioperi, prontamente cancellata dalla censura –perché il sindacato non ha intenzione di fare nulla"; "La nostra economia non può più fare affidamento su uno sfruttamento del lavoro portato all'estremo- ha dichiarato recentemente Cheng Kai, direttore dell'Istituto di studi sull'occupazione dell'Università del Popolo- perché gli operai non sono più disposti ad accettarlo". E mentre i dati diffusi oggi dall'Ufficio  Nazionale di Statistica mostrano che l'inflazione del mese di maggio è aumentata del 3.1%, superando la soglia del 3% che il governo si prefissava come obiettivo, l'aumento del costo della vita in tutta la Cina sembra agitare sempre più lavoratori, di ogni ceto sociale: "Alcuni prezzi, quali quelli del maiale, del sale, e di altri generi di prima necessità sono aumentati parecchio – conclude Marchetta - e tutti ricordano cosa è successo l'ultima volta che si è assistito ad un'impennata dell'inflazione, alla fine degli anni Ottanta". In  molte delle fabbriche teatro degli scioperi, le agitazioni si sono concluse con un aumento del salario: se il "modello Foshan" dovesse diffondersi, quanti datori di lavoro saranno disposti a proseguire su questa strada?

 

di Antonio Talia

 

© Riproduzione riservata