La sfida cinese di Pinault

La ragazzina con il cagnolino di peluche sulla maglietta prova e riprova la cintura rosa in pelle Guccissima con la maxifibbia "doppia G". Costa l'equivalente di 270 euro e la potenziale acquirente, accompagnata dalla mamma, dice alla commessa in tailleur pantalone marrone che ci deve pensare. «Tornerà nei prossimi giorni», sorride sicuro François-Henri Pinault, chairman e Ceo del colosso francese Ppr, un gruppo da 16,5 miliardi di euro di ricavi nel 2009 che controlla tramite Gucci Group i marchi Gucci, Bottega Veneta, Yves Saint Laurent, Balenciaga, Boucheron, Sergio Rossi, Alexander McQueen e Stella McCartney.
È mezzogiorno di venerdì della scorsa settimana e Pinault, 48 anni, è in visita per tre giorni nella Repubblica popolare, dove ha 1.100 dipendenti, tutti cinesi («una rarità», dice orgoglioso): in Asia-Pacifico, in primis in Cina, Gucci Group concentra dal 2004 circa il 60% degli investimenti mondiali, sbarcando a Wuxi e Chengdu, Fuzhou e Xian, Qingdao e Shenyang. Nomi che la maggior parte degli occidentali non ha mai sentito nominare. Come Changzhou, centro tessile e agricolo a due ore di autostrada a quattro corsie da Shanghai, case vecchie, grattacieli grigi, qualche giardino e la torre svettante della Icbc, la banca della più grande Ipo al mondo. Forbes l'ha classificata al nono posto nelle città votate al business nella Grande Cina ed è una delle più ricche nella Provincia di Jiangsu con un Pil pro capite di oltre 7mila euro nel 2009. I residenti sono "appena" 3,5 milioni e, dunque, è nella "terza fascia" per dimensione.
«È proprio qui nelle città di seconda e soprattutto terza fascia che veniamo a creare il mercato: siamo agli inizi e le potenzialità sono di un raddoppio del fatturato, ma in quanti anni è difficile prevederlo», spiega Pinault mentre controlla da lontano gli spazi dei concorrenti all'interno del department store, nato 55 anni e privatizzato nel 2005. Ci sono soltanto Burberry e Bally; non invece Louis Vuitton, il benchmark nel mondo della pelletteria. «Il mercato in cui siamo più vicini a Lv in termini di vendite è questo», rivela Pinault.
In Asia la competizione è più agguerrita che mai, visto che è l'unico mercato a salvare i conti dei big brand del lusso e della moda: secondo McKinsey, nel 2008 i consumatori ricchi in Cina, cioè quelli con oltre 29mila euro di reddito disponibile, erano 1,6 milioni (saranno 4 milioni nel 2015), di cui l'80% nella fascia 18-44 anni. Non si parla di Paperoni con la Jaguar e la parure di diamanti, insomma, ma di gente desiderosa di acquistare marchi premium, italiani e francesi in pole position. Anche per far colpo su parenti, amici, colleghi, concorrenti, amanti e vicini di casa.
Nella Grande Cina («una priorità assoluta») Gucci aveva 4 negozi diretti nel 1997 e ora è a quota 46. Per l'intero gruppo il conto sale a 73. Più distribuzione diretta, più ricavi e naturalmente più margini: nel 2009 Cina, Hong Kong e Macao pesavano per il 14,3% sul fatturato di Gucci Group (quasi il triplo del 2005), con una crescita del 22,7% a 485 milioni. E nel primo semestre 2010 c'è stata un'impennata del 39,8% a 314 milioni, con un'incidenza ulteriormente salita al 17,2% dei ricavi totali.
«Il grande successo di Gucci – racconta Pinault – deriva dalla perfetta strategia di esecuzione dello sviluppo: management locale forte; location giuste, anche dove siamo i primi big ad arrivare come qui a Changzhou e dove supportiamo la proprietà nello strutturare il mall grazie al nostro know how; coccole per i clienti mentre scelgono cosa comprare; standard d'eccellenza omogenei per il visual merchandising, le commesse, la gestione del magazzino. E poi offerta mirata negozio per negozio: inutile proporre la New Bamboo in pelle Guccissima da 2.100 euro, perfetta per il Golden Eagle di Shanghai, se la maggior parte dei clienti è al suo primo acquisto griffato, il raggiungimento di un sogno, e sceglie gli occhiali da sole con un entry price di 165 euro».
La conseguenza di questo svolgimento "scientifico" del business è che, dice ancora il Ceo di Ppr, «qui i negozi diventano profittevoli in due anni». «Anche meno di due», incalza la tostissima Mimi Tang, Ceo di Gucci Group Asia-Pacific, che a 17 anni faceva la commessa nell'Apple Store di Hong Kong.
Mentre rientra a Shanghai per visitare i negozi del gruppo nel nuovissimo Pudong Ifc, («lo shopping mall più bello del mondo in questo momento»), Pinault parla del futuro di Ppr. Le controllate Fnac e Conforama sono in via di dismissione, «ma solo quando i risultati, come nel 2010, saranno migliori e i multipli in crescita: non svendo i miei asset». Sul mercato si rincorrono voci di possibili acquisizioni di Gucci Group: nel mirino Burberry. «Finché non vendiamo – conclude – non faremo acquisizioni così importanti. Valuteremo eventuali opportunità su aziende medie e piccole, magari nel segmento lifestyle dove abbiamo già Puma». I rumor parlano di Lacoste. Ma su questo Pinault è impenetrabile.
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21/09/2010