LA SAGA GIUDIZIARIA DI ZHAO

LA SAGA GIUDIZIARIA DI ZHAO

Pechino, 17 nov.- L'incarcerazione di Zhao Lianhai dello scorso nove novembre farà probabilmente calare il sipario sullo scandalo del latte contaminato, un evento che dal 2008 il governo di Pechino sembra aver relegato nel dimenticatoio. Zhao non ha vinto il Nobel, non ha esposto alla Tate Modern Art Gallery di Londra e non è rientrato nelle 100 personalità più influenti del Time, e questo lo ha reso un bersaglio fin troppo facile per le autorità. Con l'accusa di aver"causato gravi disturbi" il padre di uno degli oltre trecentomila bambini intossicati dal latte corretto con la melamina è stato condannato a due anni e mezzo di carcere. I media occidentali, alla lettura della sentenza il signor Zhao, 38 anni, si è strappatp le vesti da carcerato, ha resistito ai secondini che lo portavano via e ha urlato che avrebbe iniziato il suo sciopero della fame. I legali hanno fatto sapere che ricorreranno in appello con tutto quello che impugnare una sentenza emanata da organi direttamente nominati dal potere esecutivo può significare.

 

Nonostante le segnalazioni di episodi di intossicazione ricevute già nel 2007 dalla Sanlu, l'azienda di latticini non aveva preso alcun provvedimento, finché nel 2008, in concomitanza con l'apertura delle Olimpiadi di Pechino, i casi di calcoli renali diagnosticati a bambini in età da allattamento hanno iniziato a moltiplicarsi a livello nazionale, coincidenza allarmistica ignorata dai media cinesi. Ma verso la fine di settembre, conclusi i Giochi, lo scandalo ha preso forma a livello internazionale, ripreso nelle news di mezzo mondo che paventavano un avvelenamento su vasta scala causato dall'inefficienza dei controlli di Pechino sui prodotti incriminati. Memori dell'esperienza SARS, i piani alti del Partito Comunista Cinese (Pcc) sono passati immediatamente al contrattacco, con una serie di provvedimenti che entro la fine dell'anno avrebbero dovuto definitivamente mettere a tacere l'opinione pubblica mondiale sul caso Sanlu.

Arresti a tappeto tra i top manager di Sanlu, ritiro dal mercato dei prodotti a rischio, rassicurazioni a mezzo stampa sulla bontà dei prodotti lattieri cinesi, mentre il panico dilagante faceva ritirare dal mercato latte in polvere, biscotti, the al limone, farina da dolci e snack al cioccolato dal Cile ai Paesi Bassi, dall'Indonesia alla Slovacchia. Sull'orlo della completa rovina di una reputazione costruita con fatica sin dal 1978, anno dell'apertura di Deng Xiaoping, il governo ha mostrato al mondo la propria determinazione nel punire i colpevoli, comminando un totale di tre condanne a morte (due già eseguite) e tre ergastoli e azzerando la dirigenza del gruppo Sanlu nel senso più letterale del termine.
 

Ma le moderne contese cinesi si giocano soprattutto nella sfera dell'immagine, fuori dalle aule del tribunale finché possibile, e così Wen Jiabao, il premier che in Cina incarna come nessun altro il lato "umano" del Partito comunista, il 21 settembre 2008 aveva visitato in ospedali alcuni dei neonati avvelenati, dichiarando alle telecamere quanto fosse addolorato per l'accaduto e quanto il governo avrebbe imparato da questo incidente, garantendo al popolo cinese la sicurezza della produzione nazionale. Ma Zhao Lianhai, imprevedibilmente, i primi di ottobre decide di portare la questione su un altro livello, aprendo un sito internet per raccogliere le testimonianze dei genitori dei neonati coinvolti nel contagio ed organizzando di fatto una class-action contro la Sanlu, chiedendo risarcimenti per il danno morale e fisico delle centinaia di migliaia di piccoli fortunatamente sopravvissuti (le cifre ufficiali indicano solamente quattro decessi ricollegabili al latte contaminato).
 
Ai protagonisti che si muovono al di fuori del governo cinese, come Zhao Lianhai, viene proposto un risarcimento di 2000 RMB in cambio del silenzio. Alla determinazione di Zhao, che vuole andare in fondo a questa storia, si contrappongono i consigli persuasivi degli ufficiali governativi locali e le prime minacce. Ma Zhao continua per la sua strada sia legale che mediatica, organizzando degli eventi a Pechino per sensibilizzare la popolazione. Il 2 gennaio 2009 un gruppo di genitori tiene una conferenza nella capitale: la polizia interviene, arresta cinque persone e le spedisce in un campo di lavoro. Settembre 2009: 11 genitori vengono detenuti cautelativamente per impedire loro di presenziare alla commemorazione organizzata da Zhao a Pechino; cena, candele e preghiere in memoria dei bambini intossicati mal si conciliano coi preparativi per il sessantenario della Repubblica popolare.
 
L'affronto del lobbysta Zhao, in un'altra vita addetto vendite, finisce nella seconda metà del novembre 2009: la polizia lo arresta accusandolo di "istigazione ad incidenti", portando come prove i dischetti ed il portatile pieni delle testimonianze di migliaia di genitori sparsi per il Paese. A distanza di un anno, la sentenza condanna un padre a due anni e mezzo di galera. Reo di aver cercato giustizia dove la giustizia non si cerca, ma si accetta in silenzio.
 

 

di Matteo Miavaldi

 

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