La Sabaf di Brescia si rafforza in Cina

Paola Guidi
MILANO
La bresciana Sabaf, specializzata in bruciatori e valvole di sicurezza per la cottura a gas, ha delocalizzato in Estremo Oriente e avviato la produzione di bruciatori per il mercato asiatico in una nuova fabbrica realizzata in Cina, a 50 chilometri da Shanghai.
Nel nuovo stabilimento la Sabaf, che ha posizioni leader nel mercato, produrrà in un primo momento 2 milioni di bruciatori l'anno destinati però a diventare 4 milioni a regime.
L'operazione ha avuto un forte contenuto innovativo. E l'innovazione è costituita da miglioramenti introdotti per superare la norma tecnica protezionistica varata dal Governo cinese un anno fa allo scopo di bloccare i bruciatori in alluminio europei, al 90% proprio della Sabaf, che sono molto richiesti dai produttori di cucine asiatici.
«Con i nuovi prodotti – dichiara l'amministratore delegato Angelo Bettinzoli – introduciamo una piattaforma produttiva che offre bruciatori addirittura più competitivi di quelli cinesi e che abbatte di oltre il 67% le emissioni di gas incombusti, un risultato che solo noi garantiamo».
La soluzione della Sabaf, che in questi ultimi periodi è alle prese con un taglio degli ordini che ha provocato un primo ricorso alla cassa integrazione per 80 dipendenti, sembra essere l'unica possibile per vendere sugli unici mercati che ancora "tirano", quelli dell'Asia, e per servire i produttori del bianco locali, australiani e americani.
Sta diventando essenziale anche per altri componentisti seguire questa strada ed evitare quello che sta allarmando il mercato, ossia la decisione di alcune multinazionali della componentistica presenti in Italia, di spostare la loro sede di R&d verso l'Est Europa, per seguire i produttori del bianco. Ciò metterebbe in difficoltà l'intera filiera della componentistica italiano perché lo scenario internazionale si fa sempre più difficile.
Le stime che arrivano dai Paesi dove i componentisti italiani esportano (per lo più Usa, Europa, Australia, Sud-America) rilevano flessioni nell'ordine del 10-20% per le vendite del bianco in generale e addirittura tra il 15 e il 40%, per il segmento cottura. A ciò si aggiungono le dilazioni di pagamento imposte ai componentisti italiani dai produttori di grandi elettrodomestici con un aggravamento delle condizioni in particolare di quelli turchi, iraniani ed egiziani, tutti clienti da decine di milioni di apparecchi.
Ci sono già state numerose chiusure di imprese di subfornitura in Lombardia, Triveneto e Marche. Il distretto dei componenti, che con un fatturato di oltre 7 miliardi di euro, 550 aziende e una elevata densità di brevetti alla pari con l'elettronica, è il vero punto di forza del successo e dell'internazionalizzazione dell'industria nazionale del settore. «Delocalizzare non basta più – sottolinea Antonio Guerrini, direttore generale Ceced – occorre un'ulteriore sfida sull'innovazione».

05/02/2009