La rivincita dell'altra pelle

C'era una volta un giovanotto esuberante che nei favolosi anni del boom economico fondò un'azienda che crebbe tanto da far diventare quel giovanotto ormai cresciuto il sesto contribuente italiano. Ma un giorno si stufò di lavorare così tanto e la vendette. Dopo qualche tempo, l'azienda cominciò ad andare sempre più male male. E l'ex giovanotto, affranto nel vedere il suo regno andare a picco, se la ricomprò.
Sorride il re della similpelle Enrico De Marco, impeccabile e tonicissimo settantenne (si mantiene in forma tra palestra, nuoto ed equitazione) che nella foto in alto vedete troneggiare sui rotoli del suo regno, il materiale che ha segnato la sua felice intuizione imprenditoriale, quella di utilizzare pelli sintetiche per le calzature. Sorride e ripercorre gli anni che separano quel piccolo laboratorio a Trezzano sul Naviglio di trecento metri quadrati dallo sviluppo della "sua" Coronet, azienda leader del settore con utili che nel 2002 erano così stupefacenti da spingere il suo acquirente Jody Vender ad affermare che sarebbe stata la «cash machine» della sua finanziaria, la Sopaf.
«Più che la grandezza del l'azienda – rievoca De Marco – la nostra forza erano i margini di profitto, intorno al 35%, con un fatturato di 120 miliardi di vecchie lire. Io avevo già una certa età, i figli erano piccoli e avevo cominciato a lavorare a 18 anni. Nel momento migliore della Coronet, è arrivato Vender e gliel'ho venduta. Sono rimasto in Coronet affiancato da un uomo Sopaf e praticamente dal 2002 in poi l'azienda ha cominciato a perdere colpi. Il core business delle calzature è crollato perché le scarpe hanno cominciato a farle in Cina e in Vietnam. Anche loro in finta pelle ovviamente. L'azienda a un certo punto andava così male che l'ho ricomprata. Alla fine del 2005 ho ripreso la maggioranza. Nel biennio 2007-2008 abbiamo accusato perdite per 19 milioni di euro nel biennio. Quando ci siamo resi conto che le scarpe le facevano in Cina abbiamo capito che dovevamo rivoluzionare tutto».
La strategia di De Marco si sviluppa in quattro punti. Il primo, la riorganizzazione degli stabilimenti che negli anni erano diventati quattro: uno a Corsico, due a Velletri e uno a Cisterna di Latina per un totale di circa 350 operai.« In un momento di crisi come quello che stavamo attraversando – continua – tutte queste fabbriche erano inutili e le abbiamo dimezzate. Abbiamo chiuso Corsico, lasciando la sede storica a Milano con gli uffici amministrativi, commerciali e acquisti. Abbiamo chiuso anche uno dei due stabilimenti di Velletri. E abbiamo ridotto l'organico dei dipendenti che sono diventati circa un centinaio».
Il secondo punto è stato lo sbarco in Cina. Una volta riacquistata la maggioranza della Coronet, De Marco si rende conto che deve andare a produrre lì dove sono i suoi nuovi competitor. «Avevo mio figlio Marcello appena laureato in Bocconi – dice –. L'ho spedito a Shanghai per due anni a studiare cinese e poi nello Guangdong ad aprire il nostro primo stabilimento cinese. Lo stabilimento ha cominciato a produrre a fine 2008 e ora copre circa il 90% della nostra produzione destinata all'estero. A fine 2009 la fabbrica aveva già raggiunto il break even e abbiamo avuto un utile netto di 3 milioni di dollari. Ci sono tra i sette e gli otto manager italiani che vanno e vengono dalla Cina».
Il terzo punto di forza nel rilancio della Coronet è stata la diversificazione dal core business della calzatura. L'azienda ha creato una nuova divisione, destinata soprattutto all'Italia, per l'abbigliamento moda e tecnico. A poco più di tre anni, la divisione innovation è riuscita a fornire prodotti per marchi prestigiosi come Vuitton, Moncler, Geospirit, Pirelli, Prada, Armani. Si tratta di tessuti per l'abbigliamento (principalmente capi spalla) in finta pelle.
Infine, gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo. «Abbiamo investito moltissimo – spiega De Marco – in un laboratorio molto più sofisticato dove lavorano 15 persone che dalla mattina alla sera non fanno altro che sviluppare nuovi prodotti per la divisione innovation. Sono persone che lavorano con me da tempo».
È da qui che i conti cominciano a risalire e a far girare la macchina della Coronet per il verso giusto: dai 4 milioni e mezzo di euro persi nel 2009 al sostanziale pareggio del 2010 fino alla previsione di utile per il 2011.
«Intanto mio figlio Marcello ha lasciato la Cina per inseguire a New York il suo sogno di fare il giornalista, mio figlio Umberto sta per laurearsi in Bocconi e vuole andare a fare uno stage negli Usa e io sono qui che lavoro. Ma va bene così».
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31/01/2011