La ripresa non crea posti

È un cratere profondo quello che l'economia mondiale si è scavata negli anni della crisi e uscirne, agli attuali ritmi di crescita, non sarà facile. E l'espansione prevista per i prossimi due anni non riuscirà ad assorbire tutti i posti di lavoro persi durante la crisi, tanto che un ritorno dell'occupazione ai livelli precedenti è lontano, al di là degli orizzonti raggiunti dalla maggior parte delle previsioni degli economisti. La jobless recovery, la ripresa senza creazione di posti di lavoro, si farà sentire sulle pelle di molti come se fosse una continuazione della recessione, notano diversi osservatori. «La crisi non sarà finita finché non avremo ridotto in modo sostanziale la disoccupazione», ha detto in una recente intervista al Sole 24 Ore il direttore del Fondo monetario, Dominique Strauss-Kahn.
Secondo i calcoli dell'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), gli ultimi tre anni hanno aggiunto 30 milioni di disoccupati a un totale mondiale che ormai raggiunge la cifra record di 210 milioni. Nei prossimi dieci anni, sostiene il direttore dell'Ilo, Juan Somavia, si dovranno creare 440 milioni di posti di lavoro solo per assorbire i giovani che si affacceranno per la prima volta sul mercato del lavoro. «Il rischio, altrimenti, è quello di una generazione perduta», afferma Somavia.
«La ripresa è fragile», ha ripetuto alla riunione del G20 finanziario in Corea lo scorso fine settimana il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi. E in effetti, per Stati Uniti ed Europa soprattutto, l'arrampicata fuori della voragine che si è creata con la recessione è faticosa: nell'area dell'euro, la caduta del prodotto interno lordo è stata del 4,1% nel 2009, la ripresa di quest'anno arriverà, secondo le previsioni del Fondo monetario, all'1,7, ma in gran parte per effetto del rimbalzo più vigoroso della Germania. In Italia, dopo la perdita del 5% dell'anno scorso, il recupero di quest'anno sarà dell'1% o al massimo qualche frazione in più.
Ma Draghi osserva anche che la ripresa è diseguale, nel mondo, e all'interno dell'Europa stessa. I mercati emergenti tirano, con una crescita di oltre il 7% quest'anno e di quasi il 6 e mezzo l'anno prossimo, al traino della Cina e dell'India, ma ora anche del Brasile e di buona parte dell'America latina. Il commercio mondiale ha ritrovato fiato recuperando quasi interamente la caduta dell'11% del 2009 e proprio per questo riprendono più rapidamente paesi e settori che sanno stare in modo più competitivo sui mercati internazionali.
Non a caso la Germania svetta in Europa: questo dipende dal crescente reindirizzo, sostiene Dirk Schumaker, di Goldman Sachs, dell'export tedesco verso le economie emergenti e in particolare la Cina. Il 9% delle vendite all'estero delle imprese tedesche si dirige oggi verso i Bric (Brasile, Russia, India, Cina), osserva l'economista. Per questo, le esportazioni dalla Germania nel loro complesso hanno già recuperato i livelli pre-crisi, nonostante il calo della domanda da importanti mercati tradizionali come Stati Uniti e Gran Bretagna. La grande incognita, per gli esportatori tedeschi, come per gli altri paesi di Eurolandia, è la rivalutazione dell'euro: il cambio a 1,40 sul dollaro può cominciare a far male. Un ulteriore deprezzamento della valuta Usa, che le blande conclusioni del G-20 coreano potrebbero non riuscire ad arginare, in presenza della politica monetaria espansiva della Federal Reserve, possono far entrare l'export europeo in zona pericolosa.
Per l'Italia, l'eventuale rallentamento della Germania nel 2011 e la risalita dell'euro sono entrambi fattori importanti di rischio. «Nel secondo semestre di quest'anno - dice Paolo Onofri, dell'associazione per le previsioni economiche Prometeia - il freno alla ripresa può venire proprio da export e investimenti che l'hanno sostenuta finora». Per ora, la produzione industriale ha tenuto, tanto che, dopo i dati più recenti, la stessa Goldman Sachs ha avanzato una previsione secondo cui delle grandi economie dell'area euro, la nostra è l'unica a non aver accusato una decelerazione nel terzo trimestre. La situazione, però, può cambiare a partire dall'inizio dell'anno prossimo.
L'altro fattore temporaneamente positivo è la tenuta della fiducia dei consumatori, grazie alla situazione finanziaria delle famiglie. Fabio Fois, di Barclays Capital, ricorda che l'indebitamento delle famiglie italiane era a fine 2009 attorno al 42% del pil ed è rimasto stabile nella crisi, contro il 50 della Francia e e il 63 della Germania, per non parlare dell'84% della Spagna, una circostanza spesso rimarcata dal ministero dell'Economia. Questo, tuttavia, non può, secondo Fois, durare per sempre, in quanto le famiglie stanno usando i risparmi per far fronte alla crisi. Secondo i calcoli di Prometeia, i consumi sono l'unica variabile che nel 2013 avrà recuperato i livelli del 2007.
Quanto all'occupazione, la situazione è simile a quella degli altri paesi avanzati. «La caduta dell'occupazione - dice Onofri - si fermerà solo nel 2013, quando il numero degli occupati dovrebbe aumentare di circa 100mila persone. Complessivamente, la perdita di occupazione fra il 2007 e il 2013 sarà di mezzo milioni di unità. Tenendo conto della cassa integrazione, nello stesso periodo si saranno persi 800mila posti». La ripresa è partita, ma la crisi, come dice Strauss-Kahn, non è finita.
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27/10/2010