La posta in gioco? 360 milioni di navigatori

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
La minaccia di Google di sbattere la porta e andarsene dalla Cina lascia indifferente il governo. «Stiamo cercando informazioni sul comunicato della società americana», è stata la replica laconica di Pechino riportata dall'agenzia di stampa statale Xinhua citando fonti anonime.
Il caso Google scotta e quindi è meglio andarci con i piedi di piombo. La dura presa di posizione del gruppo statunitense non è solo il rifiuto di un'azienda straniera di piegarsi alle ferree regole della censura cinese. È anche un altro potenziale elemento di frizione tra Washington e Pechino, che va ad aggiungersi agli altri dossier scottanti accumulatisi negli ultimi mesi: i dazi in funzione antidumping, le polemiche sul giusto valore dello yuan, la vendita di armi a Taiwan, gli esperimenti missilistici cinesi. Insomma, Google è già diventato un caso politico.
Un caso politico su cui qualcuno sta già iniziando a speculare. Dopo quasi dieci anni di presenza oltre la Grande Muraglia, il gruppo internet americano si è ritagliato una presenza forse inferiore alle sue aspettative iniziali, ma comunque consistente. Oggi Google controlla circa il 31% del mercato cinese dei motori di ricerca, che si confronta con il 64% del gigante domestico Baidu, mentre la quota residua se la dividono Yahoo China e altri tre o quattro portali cinesi.
Un'eventuale ritirata di Google, quindi, aprirebbe una prateria sconfinata ai suoi concorrenti. La Cina oggi ha il maggior numero di utenti internet del mondo (sono circa 360 milioni) e le potenzialità di crescita della rete sono ancora enormi.
Secondo uno studio di Jp Morgan, nel 2009 il mercato cinese dei motori di ricerca ha generato un giro d'affari complessivo di circa un miliardo di dollari, che quest'anno potrebbe raggiungere addirittura quota 1,5 miliardi. Se a ciò si aggiunge che oltre la Grande Muraglia la pubblicità sui motori di ricerca rappresenta ancora meno del 50% del totale della pubblicità online, contro il 67% degli Stati Uniti, è facile intuire quale sarà il futuro del business dei portali in Cina.
Ecco perché ieri i titoli dei principali concorrenti cinesi di Google si sono mossi al rialzo nonostante l'apatia generale dei listini: Baidu, Sina e Netease al Nasdaq, quelli di Tencent Holding alla Borsa di Hong Kong.
Ma puntare sugli avversari domestici di Google potrebbe rivelarsi una speculazione a perdere. Nonostante il terremoto politico-diplomatico innescato dalla decisione di Google di togliere i filtri anticensura al suo website cinese (ieri, comunque, i siti tradizionalmente proibiti erano ancora inaccessibili), il portale americano non se n'è ancora andato dalla Cina. E non se ne andrà, sono pronti a scommettere molti osservatori. Per una ragione molto semplice: una fuga di Google non conviene né all'azienda Usa né a Pechino.
Non conviene a Google perché, come sottolineano gli esperti, oggi il mercato del Dragone ha dimensioni e prospettive di sviluppo tali che abbandonarlo sarebbe una follia. Soprattutto se, come appunto nel caso di Google, si è già riusciti a metterci stabilmente i piedi dentro. «La Cina rappresenta per Google circa 200 milioni di dollari di fatturato annuo. Ecco perché, prima di abbandonarla, ci penserà su due volte», osserva Sandeep Aggarwal, analista di Collins Stewart.
E non conviene ai cinesi perché Google rappresenta un patrimonio di conoscenze e di know how di cui Pechino ha bisogno. «L'uscita di Google dal nostro paese sarebbe una grave perdita per gli utenti e per l'intero settore internet.
L'ingresso di Google sul mercato, infatti, ha stimolato la concorrenza e ha stimolato le società cinesi a migliorarsi», avverte Jiang Qiping, segretario generale dell'Accademia delle Scienze di Internet. «Senza il motore di ricerca di Google, milioni di internauti cinese si troverebbero smarriti», conclude Fang Xing Dong, fondatore del Laboratorio Internet.
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14/01/2010