La lunga marcia dell'export cinese

Il boom dell'export cinese di giugno (144 miliardi di dollari, più 44% rispetto all'anno scorso) si presta a una duplice lettura. La prima, cara a Pechino: se le merci cinesi vengono vendute in tutto il mondo vuol dire che c'è chi le compra. Dunque, i morsi della crisi sono minori o comunque stanno diminuendo di intensità. La seconda (cara in Occidente): la rivalutazione dello yuan, annunciata in pompa magna dalle autorità cinesi a metà giugno, è stata solamente uno specchietto per le allodole. La rivalutazione, di fatto, non si è vista. La banda di oscillazione quotidiana dello yuan (da più 0,5 a meno 0,5) ha prodotto dal 21 giugno un apprezzamento dello 0,8 per cento. Praticamente nulla. Dunque la divisa cinese continua a essere sottovalutata rispetto al dollaro e le merci di Pechino a guadagnare quote di mercato in tutto il mondo. Come prima più di prima. Non è il caso di farsi illusioni: anche in futuro non è detto che ci sia la rivalutazione. Per guadagnare quote di mercato (e dunque per farle perdere alla Cina) bisogna che l'Occidente si inventi qualcosa di diverso. Riforme per far partire la ripresa?

11/07/2010