La lunga marcia del dollaro debole

di Carlo Bastasin
Prima era venuta la profezia sulla fine dell'impero americano di Paul Kennedy, secondo cui ogni grande potenza che finanzi a debito la propria supremazia militare è destinata al declino. Ma si trattava pur sempre di una lettura secolare di avvenimenti possibili in un futuro indistinto. Certo, come tutte le grandi potenze egemoni anche gli Stati Uniti prima o poi si sarebbero confrontati con un mondo meno controllabile, ma Kennedy scriveva nell'87 e solo due anni dopo a crollare era stato invece il Muro di Berlino.
Poi era emersa la lettura storica dell'era "post-americana", molto addolcita tuttavia dalle opportunità di sviluppo che le economie asiatiche avrebbero offerto al mondo avanzato e in particolare al suo paese leader. Nelle ultime settimane invece, con l'aggravarsi della crisi economica, la rappresentazione del futuro americano ha cominciato ad assumere toni sempre meno consolatori. Il tempo sembra essersi schiacciato. Narrazioni con ambizioni storiche si sviluppano e si superano nel giro di poche settimane, in una spirale d'incertezza che s'allarga dal discorso pubblico alla percezione dei cittadini. Così la grande fiducia nel futuro che ispira da sempre gli americani sembra scheggiarsi, come dimostra il calo di consenso per il presidente Obama, emblema della desiderata rigenerazione del paese.
Infine è arrivato il rapporto del Congressional Budget Office (Cbo) sul debito futuro. I consensi per Obama sono scesi sotto il 50% e i timori sul declino americano sono diventati strutturali. Il rapporto del Cbo ipotizza che il debito americano raggiunga il 215% nel 2039 e oltre il 600% nel 2080. Entro meno di dieci anni la spesa per interessi toccherà il 20% delle entrate federali. Questo significa che le altre spese pubbliche andranno tagliate e il Cbo indica chiaramente che le spese più probabili da tagliare saranno quelle per la difesa. Nel piano attuale del Pentagono le spese scenderanno dall'attuale 4% del Pil al 3,2% nel 2015, al 2,6% del 2028.
Nel suo primo discorso di strategia militare, il presidente Obama ha giustificato il limite di tempo posto alla missione afghana soprattutto con la limitatezza delle risorse economiche «dell'unico paese che m'interessa davvero stabilizzare: gli Stati Uniti».
Ma non si tratta solo di supremazia militare messa in pericolo dalla mancanza di risorse finanziarie. La posizione debitoria è già stata di grave imbarazzo al negoziato bilaterale con la Cina. A Pechino, Obama e Summers hanno dovuto giustificare la riforma sanitaria di fronte a un creditore desideroso di far presente i propri interessi anche in una decisione di politica interna e di carattere sociale. A essere messa in discussione era la leadership economica e culturale del modello americano.
Da qualche anno Washington aveva cominciato a fare i conti con l'inevitabile rafforzamento dei paesi emergenti dell'Asia, ma la crisi del capitalismo ha accelerato tutto e la sorpresa del mondo multipolare è diventata una psicosi. Se si chiede ai policymakers americani quanto grande sia l'economia cinese, la risposta è che è grande quanto quella americana, cioè il triplo del dato effettivo. La recessione del 2009 era stata affrontata con la fiducia nel superiore dinamismo del capitalismo americano - «ne usciremo prima degli altri» - ma ora anche questa speranza si sta spegnendo. I paesi emergenti si dimostrano più resistenti di quelli avanzati. Mentre, com'era ragionevole, gli americani fanno i conti con un prossimo decennio di crescita debole, realizzano che il reddito dei cinesi aumenta ancora per un fattore di cento, cioè raddoppiando, ogni dieci anni.
Negli ultimi giorni al senso di decadenza si è aggiunto il timore che l'impero americano, come altri nell'esperienza storica, possa essere condannato proprio dal peso del suo debito. Larry Summers, il consigliere economico di Barack Obama, sta riflettendo sul problema che in passato nessuna grande potenza sia stata importatore netto di fondi - cioè debitore. La paura è che essere grandi debitori indebolisca la posizione strategica riducendo i margini finanziari necessari a proiettare i poteri militare e diplomatico.
L'esempio che percorre i think tank di Washington è quello dell'Unione Sovietica, il cui debito estero era cresciuto in tutti gli anni 80 fino alla caduta del 1991. Ma storicamente tutte le grandi potenze hanno perso potere dopo aver accumulato debito estero, dagli ultimi due decenni dell'Impero Ottomano alla Spagna tra il XVI e il XVII secolo fino alla Francia di Luigi XIV e poi nei 15 anni che hanno preceduto la Rivoluzione nel periodo di Luigi XVI. Nel caso attuale, gli americani sono ancor più impressionati dal fatto che il loro creditore è anche il maggiore antagonista nella scena geoeconomica: la Cina.
Fred Bergsten, direttore del Peterson Institute for International Economics, calcola che senza interventi il deficit delle partite correnti americane potrebbe salire al 15% del Pil nel 2030 e il debito estero arriverebbe al 140 per cento. Significherebbe trasferire all'estero, principalmente ai cinesi, fino al 7% del Pil ogni anno per pagare i soli interessi.
A essere colpito sarebbe anche il simbolo del modello americano: il dollaro. Se Obama era andato a Pechino a chiedere la doverosa rivalutazione del renminbi, non solo non ha portato a casa nulla, ma ha dovuto prendere atto delle riflessioni ormai globali sulla fine dell'egemonia della moneta americana come valuta di riserva. Se nel recente passato questo poteva essere uno sviluppo gradito agli Stati Uniti, desiderosi di ripartire la responsabilità del riequilibrio dei flussi di capitale e di ritrovare un meccanismo di mercato e di disciplina alla tentazione di stampare moneta e indebitarsi, ora recenti studi dimostrerebbero che il monopolio del dollaro ha garantito quello che i francesi in passato hanno chiamato "un esorbitante privilegio". Un recente studio stima che la possibilità d'indebitarsi in dollari a basso costo (perché sempre stampabili) e investire in monete diverse rappresenta un beneficio pari al 2,5% del Pil ogni anno. Un privilegio signorile che ribalterebbe, se confermato, tutte le interpretazioni sulla superiorità del modello americano.
E che paradossalmente cresce di pari passo con il debito estero.
Ma una lettura storica meno emotiva potrebbe rassicurare gli americani anche nei confronti del creditore cinese. La maggiore fonte dei capitali che la Cina reinveste nei titoli del Tesoro americani sono i proventi commerciali che danno corpo al surplus cinese. Tuttavia, oltre metà del surplus commerciale di Pechino è accumulato da imprese cinesi a capitale straniero. Nel 2008 queste imprese hanno rappresentato il 58% del surplus commerciale e a ottobre 2009 la quota era del 64 per cento.
Il settore delle imprese di proprietà dello stato è addirittura in deficit, vista la dipendenza dai fornitori esteri di materie prime e risorse naturali. Le imprese di proprietà estera trasferiscono dalla Cina circa 50 miliardi di dollari all'anno in profitti, da cui sono già stati tolti ogni forma di remunerazione personale e di capitale con ogni mezzo possibile.
Altro valore viene accumulato in Cina dagli investitori americani sotto forma di quote di mercato e di brand che naturalmente non sono contabilizzabili nel sistema cinese, ma che probabilmente dimostrerebbero che gli Stati Uniti non si stanno solo indebitando nei confronti della Cina, ma stanno costruendo una stabile presenza in quel mercato destinata a rifinanziare il debito. In fondo si tratta di una nuova forma di influenza "imperiale", attraverso cui l'Occidente beneficia del lavoro a basso costo dei cinesi. Più che un declino, per ora è una complessa e dolorosa trasformazione.
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22/12/2009