La lunga marcia degli studenti cinesi

di Pietro Reichlin
LUISS GUIDO CARLI E FUDAN UNIVERSITY

La School of Management di Shanghai ha sede in un palazzo moderno. È tra le due più importanti della città. Le aule e gli uffici sono spaziosi, con tutte le attrezzature elettroniche necessarie a fare lezione e connettersi con il mondo. Il programma a cui partecipo come docente ha lo scopo ambizioso di mischiare studenti italiani e cinesi e prepararli ad affrontare il mondo del lavoro, soprattutto le imprese occidentali che cercano di entrare in questo immenso mercato. I ragazzi italiani passano il primo anno a Shanghai insieme a un gruppo di studenti cinesi. Nel secondo anno vengono tutti a studiare in due università del nostro paese. È un'esperienza eccitante e formativa.
La vita nel campus è molto ordinata, gli studenti sono seri, concentrati sullo studio, tranquilli. Tutti sorridono gentilmente e sono pronti ad aiutarti, ma la comunità locale è poco comunicativa. I professori sono disposti a concederti un pranzo di cortesia, ma poi spariscono assorbiti dagli impegni. I ragazzi italiani mi dicono che l'integrazione con i loro compagni cinesi non è facile. Un motivo banale è la differenza di reddito. Gli italiani non si negano la vita notturna di Shanghai, i bar, le discoteche. Questa è una città moderna, non ha nulla da invidiare a Milano, Roma, ma anche a molte città degli Stati Uniti o del Nord Europa.
Il lusso e l'ostentazione della ricchezza non sono sgraditi al regime. Nelle strade dello shopping vedi auto di lusso, una classe di cinesi ricchi in grado di acquistare qualsiasi prodotto. Ma gli studenti sono diversi. Non escono mai la sera, studiano anche nei giorni festivi. Sono timidi e non accettano facilmente gli inviti a cena. Nella sezione "Personal Interests and Hobbies" della loro scheda personale dicono tutti di amare lo sport, le passeggiate, lo shopping o la musica pop. Cercano di presentarsi come ragazzi moderni e aggiornati. Ma nelle discussioni e nei gruppi di studio, intervengono poco, e preferiscono stare tra loro. Hanno bisogno di riflettere prima di parlare, o di fare una domanda.
Sono in gran parte figli unici di famiglie che appartengono alla classe media cinese, e da soli 10-15 anni conoscono un relativo benessere. I postumi della rivoluzione culturale sono ancora un ricordo vivo, con la repressione di ogni possibile aspirazione alla crescita economica individuale e all'istruzione dei figli. Ora le cose sono molto diverse, ma la cultura e l'istruzione appaiono ancora come un bene prezioso che il nuovo regime dispensa con cautela e una certa dose di autoritarismo. Gli studenti meno ricchi sanno di avere un grandissimo privilegio, il biglietto vincente di una lotteria: solo in pochi riescono ad entrare. Chi viene da Shanghai e da famiglie più benestanti ha molte più alternative.
La classe dirigente cinese ha capito che il futuro della Cina non sono i prodotti a basso costo. Le grandi opere pubbliche costruite in questi anni sono già il segnale di una svolta. Ma le tecnologie sono ancora quasi tutte di importazione. I grandi architetti, ingegneri, biologi che sono dietro i progetti e le realizzazioni di questi anni vengono in gran parte dall'estero. Il settore hi-tech è ancora poco sviluppato. Il governo punta molto sul ritorno dei cervelli, ma non sarà facile convincere le migliaia di ricercatori cinesi sparsi per il mondo a tornare nella madrepatria. I salari sono ancora troppo bassi. L'elevato numero di studenti e la scarsità di personale docente rende eccessivo l'impegno richiesto per la didattica. Inoltre, la qualità della formazione nelle università cinesi è ancora relativamente scarsa.
Un recente rapporto McKinsey afferma che le aziende hi-tech non riescono a trovare, tra i neolaureati delle università cinesi, ingegneri sufficientemente preparati. Se gli studenti del mio corso di studi (livello master) costituissero un campione rappresentativo del paese, potrei dire che essi sono molto motivati, seri, ma con un retroterra di conoscenze e una preparazione di base limitata. La mole di nozioni che riescono ad apprendere in un solo anno di studi è notevole e, tuttavia, non sufficiente a compensare un ritardo. Appare evidente che essi avrebbero bisogno di un paio di anni di studio in più per raggiungere il livello di conoscenze di un pari grado di una buona università europea.
Tra i successi principali della Cina nella fase successiva alle liberalizzazioni, dobbiamo includere la crescita dell'industrializzazione e dell'export, la riduzione della povertà, ma non la crescita del capitale umano. Quest'ultimo non tiene il passo con la crescita del capitale fisico. Ad esempio, il rapporto tra docenti e studenti è rimasto invariato dal 2000 al 2005. Le politiche del governo cinese hanno determinato uno spostamento massiccio di risorse e un insieme di sussidi impliciti a favore del manifatturiero e del settore immobiliare. La conseguenza è una relativa compressione del sistema formativo. L'accesso all'università è ancora molto legato alla zona di provenienza e al reddito delle famiglie. Le autorità che si occupano delle formazione si rendono conto di questo problema e hanno deciso di consentire agli studenti di andare a studiare all'estero, approfittando anche di programmi di cooperazione con altri paesi. Tuttavia, ciò implica un costo molto elevato per le famiglie e ha la conseguenza di aggravare la fuga dei cervelli (circa il 70% degli studenti non rientra in patria). Un'altra risposta è stata quella di consentire alle università straniere di mettere in piedi programmi di studio in Cina.
Le università cinesi sono considerate una risorsa preziosa. I dirigenti accademici hanno l'aspetto dei funzionari di partito, arrivano con auto scure e vestono con giacca e cravatta. L'impressione superficiale è che gli studenti non abbiano un grande interesse per il mondo esterno. In classe ho chiesto ai ragazzi se conoscono le regole del loro paese sui movimenti di capitale. Nessuno ha alzato la mano. La mancanza di democrazia si vede a occhio nudo, e questo non è un vantaggio per la formazione delle conoscenze, soprattutto nel campo delle scienze sociali. Chi conosce bene la Cina conferma che il regime ha il consenso delle classi medio-ricche e degli intellettuali. La mancanza di democrazia non è in cima ai problemi della gente che conta. Se i ricercatori cinesi che lavorano all'estero sono restii a tornare in patria, questo è perché vogliono avere laboratori efficienti, salari competitivi e finanziamenti generosi per la ricerca. Tutto questo può essere realizzato in tempi rapidi. Ma sarà sufficiente ad estendere la formazione superiore in termini quantitivi e qualitativi? Sarà sufficiente a creare un paese solido?
Ai vertici del governo e del partito siede una classe dirigente molto preparata. Tuttavia, questa è una ristretta cerchia di tecnocrati. Cosa succede nelle provincie, nelle città, nelle migliaia di organismi pubblici o para-pubblici che gestiscono l'economia del paese? La Cina avrebbe bisogno di liberalizzare la formazione, dare maggiore accesso agli investimenti dall'estero anche in questo campo, strategico per il prossimo futuro.
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COSTRUIRE IL FUTURO



L'istruzione universitaria in Cina è un bene sempre più ambito. I laureati nel 2008 sono stati poco più di sei milioni. Il governo, che vuole puntare su un capitale umano più colto per crescere non solo per l'export di prodotti a basso costo, ha dato il via nel 1990 al "Progetto 211" per creare un centinaio di nuove università (nel 2004, tra college e atenei, se ne contavano 2.236, con oltre 20 milioni di iscritti).
Le alte tecnologie in Cina sono spesso d'importazione: uno studio recente della McKinsey dimostra come le aziende hi-tech facciano ancora abbastanza fatica a trovare neolaureati sufficientemente preparati. Mentre sono molti i "cervelli" che sono andati a studiare all'estero e che poi non rientrano in patria.

27/11/2010