La lotta continua tra internet e le regole

di Luca De Biase
Mentre i giornalisti occidentali inviati a Pechino per seguire i Giochi olimpici discutono delle limitazioni che il Governo ha deciso di imporre al loro accesso a internet, i ragazzi cinesi si divertono a leggere e arricchire di contenuti il sito anti-cnn.com: realizzato da un giovanissimo imprenditore di Pechino, mostra le prove della falsità – secondo gli autori – delle notizie che la stampa e le televisioni occidentali hanno diffuso sulla vicenda delle recenti proteste nel Tibet.
Gli occidentali non possono essere d'accordo, ma il fatto è che la scelta di controllare l'informazione che può circolare in Cina è motivata dal governo con l'obiettivo di favorire uno sviluppo armonico del paese, disincentivando le forme di conflitto ideologico e sociale che un'informazione libera può fomentare. E in un Paese con 220 milioni di utenti di internet – più degli Stati Uniti – la rete non poteva certo restare esente da controlli. Ma perché dunque gli occidentali si meravigliano dei vincoli alla consultazione del web a Pechino? E, d'altra parte, perché le autorità cinesi non hanno – come tecnicamente avrebbero potuto – creato un'isola di accesso libero alla rete dedicata ai giornalisti occidentali? La questione è destinata a far discutere a lungo. E per certi versi la discussione potrà apparire come un gioco delle parti. Ma la sola via d'uscita dal vicolo cieco è trasformarlo in un'esperienza utile a una riflessione sul futuro.
Internet è, tra l'altro, la più efficiente macchina della storia per la trasmissione di notizie, immagini, idee, bufale e fantasiose forme di disinformazione. Ogni volta che entra in rotta di collisione con una gerarchia che fonda il suo potere sull'opacità dell'informazione o sulle barriere alla sua circolazione, si trasforma in una mina pronta a scoppiare. Non a caso i sistemi politici di tutto il mondo si pongono, in modo sempre più insistente, il problema di regolare internet. E naturalmente interpretano questo problema sulla base della loro dinamica politica. Le democrazie discutendo apertamente, le dittature decidendo autoritariamente.
La conflittualità in materia è latente. Il primo caso è stato quello che ha opposto anni fa la Francia a Yahoo! sulla vicenda della vendita online di materiali inneggianti al nazismo, vietata nella repubblica transalpina ma non in America. La serie è continuata in una quantità di scaramucce informative, tra serbi e albanesi, turchi e armeni, coreani e giapponesi. Ed è esplosa nel più recente caso dell'attacco hackeristico all'Estonia che ha quasi messo in ginocchio i gangli dell'informazione nella tecnologicissima Repubblica baltica. Mentre sul sito di Amnesty International non mancano le informazioni sulle varie forme di repressione della libertà di espressione che si manifestano in molti Paesi del mondo.
La rete, è evidente, rischia una sorta di balcanizzazione. Chi in occidente lavora per generare le tecnologie che servono a controllare internet dovrebbe essere consapevole del fatto che le soluzioni così prodotte potranno essere utilizzate in modo democratico o autoritario. La scelta di investire per creare software capace di limitare o abrogare del tutto l'originaria neutralità della rete rispetto alle informazioni che vi circolano non può essere ingenuamente pensata come un mero contributo, per esempio, alla lotta contro la pirateria informatica: di fatto si traduce anche nella creazione di strumenti utilizzabili anche dai Paesi che basano la loro stabilità politica sulla repressione della libertà di espressione.
lucadebiase.nova100@ilsole24ore.com

01/08/2008