La Grande Muraglia non ferma Google

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Nel day after l'addio di Google, i protagonisti tirano i primi bilanci della clamorosa rottura tra il portale americano e Pechino.
I primi a far di conto, ieri mattina appena svegli, sono stati gli utenti di Google oltre la Grande Muraglia. I quali, con grande stupore, si sono accorti che nella sostanza per loro non cambia nulla. Continuano ad avere accesso pieno al portale preferito.
E sebbene Google abbia ridiretto il traffico sulla sua base "libera" di Hong Kong, i siti politicamente sensibili restano inaccessibili. L'unica differenza è che da ieri l'onere della censura è passato da Google al governo cinese: ma questo è un dettaglio di nessun conto per i 100 milioni d'internauti che ogni giorno interrogano il motore di ricerca americano.
Per Google, invece, le cose cambiano. Eccome. Sbattendo la porta in faccia alla censura cinese, Mountain View perderà il contatto diretto con il più grande e promettente mercato internet del pianeta composto da 384 milioni di utenti, 3,7 milioni di website e oltre 180 milioni di blog. E la manovra di aggiramento da Hong Kong, dove Google ha trasferito il suo sito in lingua cinese, consentirà all'azienda di mantenere solo una porzione del business esistente.
Gli inserzionisti pubblicitari, infatti, useranno molta cautela nello stipulare contratti con un portale che il governo cinese può decidere di oscurare in qualsiasi momento, come ha fatto in passato con Facebook e YouTube.
Le cose cambiano anche per il governo cinese che, dopo il periodo di tregua seguito ai moti dello Xinjiang, con il caso Google si ritrova nuovamente nell'occhio del ciclone sul fronte dei diritti umani.
«Si tratta di un caso isolato, che riguarda la decisione di una singola azienda, e che quindi non avrà ripercussioni sulle relazioni tra Cina e Stati Uniti. A meno che non ci sia qualcuno che intenda politicizzare la vicenda», ha commentato ieri Pechino. Un commento assai più conciliante rispetto alle bordate sparate a caldo dalla nomenklatura sulla fuga di Google, che però ignora (o meglio, finge d'ignorare) un dato di fatto: la sfida lanciata da Mountain View al governo cinese è diventata un caso politico nel momento stesso in cui è scoppiata.
E il suo epilogo, sul quale a gennaio avrebbero scommesso in pochi, non lascia presagire niente di buono: contrariamente a quanto auspica Pechino, infatti, la clamorosa ritirata di Google potrebbe rappresentare un punto di svolta nei rapporti sino-americani.
Gli unici a guadagnarci saranno i concorrenti cinesi di Google. I motori di ricerca, per i quali si spalancano praterie sconfinate di business. E anche i produttori di piattaforme di telefonia mobile, per i quali da ieri oltre la Grande Muraglia il sistema operativo Android è un concorrente assai meno temibile.
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24/03/2010