LA FABBRICA DEL MONDO CAMBIA SEDE 

Pechino, 16 set. - E' accaduto, o sta per accadere, ciò che sembrava inevitabile, anche se a certificarlo è un rapporto non ufficiale: la Cina non è ha più il primato di fabbrica del mondo. Secondo quanto riferisce la BBC citando un rapporto della KPMG, andare a produrre nella terra del Dragone non è più così conveniente; le ragioni risiedono nell'inflazione galoppante, nonostante il rallentamento registrato nel mese di agosto, ma affondano le radici nel tessuto sociale cinese, rende noto il rapporto. La politica del figlio unico ha portato a una riduzione di quel grande bacino dal quale i mercati di tutto il mondo hanno attinto a piene mani, e la conseguenza è stata la possibilità per i lavoratori di richiedere salari migliori; i costi stanno così inevitabilmente salendo. Chi sono i maggiori beneficiari di questa svolta che potrebbe essere epocale? Secondo KPMG, soprattutto altri Paesi asiatici, come Bangladesh, Indonesia, Vietnam e India. Mentre Indonesia e Vietnam hanno fatto breccia soprattutto nel settore calzaturiero, l'India ritaglia la sua fetta di mercato nei tessuti cuciti a mano e nell'oggettistica in metallo. Ma la Cina continua a farla da padrone nel settore dell'elettronica di consumo e degli mobili; secondo il rapporto Pechino può tenere il passo grazie alla sua produttività e alle infrastrutture.

 

Wen Jiabao aveva indicato – nella sua relazione iniziale al Congresso del Popolo (5 marzo 2011) – i problemi irrisolti del Paese della Grande Muraglia illustrando con grande chiarezza come il modello di sviluppo industriale cinese debba cambiare: da fabbrica del mondo, la Cina dovrà puntare sempre più su qualità, innovazione, offerta di servizi e domanda interna (leggi il Dossier sul Dodicesimo Piano Quinquennale). "All'ex Impero di Mezzo è insomma richiesto di diventare un'economia matura: di trasformarsi da 'capitalismo con caratteristiche cinesi' a 'capitalismo proiettato su scala globale e contraddistinto da produzioni a valore aggiunto – aveva spiegato tempo fa Giuliano Noci ad AgiChina24 - . Si tratta di una sfida non facile. L'inflazione è ormai diventata un problema reale in quanto fonte di malcontento nelle campagne e nelle città (solo il 6% dei cinesi si dichiara felice): tant'è che per la prima volta negli ultimi decenni il budget dedicato alla sicurezza interna ha superato quello militare". "Il cambiamento di paradigma produttivo, ritenuto necessario dall'establishment governativo, richiede un forte cambiamento di politica industriale: al contrario di quanto si pensi, infatti, larga parte dell'economia e dei profitti derivano non tanto dalle grandi imprese di stato quanto da piccole imprese private che sono riuscite però ad essere competitive grazie a una politica del laissez-faire secondo cui il governo ha spesso chiuso un occhio (sul fronte del rispetto delle norme) pur di rendere possibile il fenomenale processo di crescita economica registrato negli ultimi venti anni".

 

 

di Gabriele Tola

 

 

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