LA DISCARICA CINESE NON RESTA AL VERDE

DA PECHINO
GABRIELE BARBATI
La fabbrica del mondo è anche la sua discarica. Dopo qualche anno nelle nostre mani, computer e cellulari finiscono in un posto dimenticato nel sud della Cina, Guiyu. Vi arriva almeno il 70% della "spazzatura elettronica" mondiale, soprattutto da Europa, Giappone e Stati Uniti. Per capirci: circa cinque milioni di computer, quattro di frigoriferi, cinque di lavatrici e dieci di telefonini. Oltre un milione di tonnellate di e-waste all'anno spedite oltreoceano via container principalmente al porto di Hong Kong e da lì su camion nel cuore industriale della Cina, la provincia del Guangdong. Altrettanti scarti, secondo Greenpeace, provengono dal crescente benessere della classe media cinese, affamata di lettori dvd e di televisori.
Il distretto del riciclo insostenibile e illegale (dal 1992 il trattato di Basilea vieta l'esportazione di rifiuti pericolosi verso i paesi in via di sviluppo) è stato portato alla luce dal Basel Action network nel 2001. Da allora vari documentari hanno mostrato cumuli di rifiuti tecnologici lungo le strade e nelle abitazioni di Guiyu e dei villaggi vicini. Un inferno in cui 150mila persone, immigrate dalle province povere circostanti, scaldano chip e circuiti elettronici su fornelli, e poi li passano nell'acido, per ottenere oro. Dai cavi elettrici, invece, viene recuperato il rame. Smontano tutto il possibile per giorni interi, ricavando metalli preziosi ma anche tossici come bario, cadmio, cromo e mercurio. La combustione delle guaine dei cavi in Pvc (cloruro polivinile) ha liberato a Guiyi una quantità impressionante di diossina. Guanti, maschere e occhiali di protezione, anche a indossarli, non servirebbero a molto. Le donne lavano i panni e cucinano con l'acqua del fiume, reso nero dalla cenere e dall'inchiostro dei toner delle stampanti. L'aria e il terreno di Guiyu e di altri centri sorti negli anni – come Taizhou, nella provincia orientale dello Zhejiang – sono irrimediabilmente contaminati.
Le meraviglie del 21° secolo vengono smaltite come due secoli fa per un salario di quasi dieci euro al giorno, ammettono dei lavoratori in alcune interviste sfuggite ai controlli delle autorità e degli imprenditori locali. È abbastanza per andare tra i fumi di Guiyu e rimanerci, senza badare a bruciori, mal di testa, ustioni alle mani e al respiro sempre più corto. Secondo le analisi condotte dall'Università di Shantou nel 2003, il livello di piombo nel sangue dell'80% dei bambini supera la norma e gli aborti spontanei sono sei volte oltre la media. Il rischio di danni ai reni, al sistema nervoso e di ammalarsi di cancro rimane altissimo. La crisi globale ha causato il crollo dei prezzi del piombo e del rame e il fallimento di molte aziende, spingendo il sindaco a promettere una conversione ecologica di Guiyu. Finora gli introiti generati, tuttavia, hanno ben protetto il business dei veleni. Chi gestisce la filiera guadagna dalla rivendita dei materiali, che finiranno in nuovi computer ed elettrodomestici, e dai compensi che le compagnie straniere sono disposte a pagare per liberarsi dell'e-waste. Smaltirlo in Occidente costerebbe infatti, rispettando le norme di sicurezza, dieci volte di più.
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19/11/2009