La decisione? Non decidere

Guerra delle valute e squilibri commerciali, derive protezionistiche, riforma delle regole della finanza. Questi i grandi temi sul tavolo del G-20 di Seul. Archiviato il vertice, gli economisti ne valutano la portata.
A CURA DI
Gianluca Di Donfrancesco

VALUTE

Il G-20 ha dato mandato all'Fmi di definire le linee guida per superare l'instabilità dei cambi Basterà questo a sciogliere le tensioni valutarie?



PAOLO GUERRIERI

Università La Sapienza di Roma

Problema rinviato
La soluzione del problema è stata ancora rinviata. Abbiamo un squilibrio profondo nei rapporti di debito e credito tra i paesi e l'intervento sul versante valutario deve essere accompagnato da un contributo alla crescita globale da parte degli stati in surplus commerciale, che devono espandere la domanda. L'Fmi ha avuto mandato a vigilare, ma non ha il potere di sanzionare i paesi in surplus che non collaborano a riequilibrare il sistema



EMILIANO BRANCACCIO

Università del Sannio di Benevento

Ora diamo al Fondo gli strumenti necessari
Il mandato all'Fmi è positivo, tenendo anche conto che con la riforma delle quote, Cina e paesi emergenti saranno più coinvolti nel processo. Il problema è che oggi il Fondo non ha gli strumenti - penso a sistemi di incentivi più che a sanzioni - per fare quanto gli si chiede. Spero che al momento opportuno gli sia fornita la capacità di spingere i paesi a seguire le sue indicazioni o tutto resterà un mero esercizio retorico con scarsi effetti



GIULIO SAPELLI

Università Statale di Milano

Stringiamoci attorno al dollaro
Non c'è stato accordo. Affidare il mandato all'Fmi per risolvere la questione significa accettare lo stato di fatto: tra Fed e Bce non c'è alcun coordinamento e nel sistema c'è un attore, la Cina, che non è un'economia di mercato. Bisognerebbe espellere Pechino dalla Wto e ammettere la Russia. E poi rassegnarsi alla fluttuazione delle monete, rafforzando l'egemonia del dollaro, anziché avallare ipotesi terroristiche per i mercati valutari, come la sua sostituzione con l'euro

COMMERCIO

I Grandi hanno ribadito l'opposizione a politiche protezionistiche, lanciando un appello a chiudere il Doha round Qual è il vostro giudizio?



PAOLO GUERRIERI

Università La Sapienza di Roma

Solo una dichiarazione d'intenti
Mi sembrano evocazioni speranzose. Un recente rapporto Ue mostra che tra ottobre del 2008 e ottobre del 2010 sono state varate 332 misure protezionistiche. Al di là delle dichiarazioni d'intenti di questi summit, è evidente che siamo in una situazione scoordinata e conflittuale. Se continuiamo di questo passo e il commercio continua ad arrancare, i paesi cercheranno al loro interno propulsori di sviluppo, chiudendosi ancora di più agli scambi



EMILIANO BRANCACCIO

Università del Sannio di Benevento

Impegni poco credibili
Quelle del G-20 sono affermazioni che andavano fatte, ma mi sembra poco credibile un nuovo tentativo di chiudere il Doha round, un negoziato che a gennaio del 2011 compirà dieci anni. Quanto all'appello sull'apertura dei mercati, sarebbe già tanto riuscire a mantenere l'attuale livello di protezionismo, che è ancora accettabile. Ma se le tensioni valutarie non si allenteranno, si rischia un ulteriore e pericoloso innalzamento delle barriere agli scambi



GIULIO SAPELLI

Università Statale di Milano

Aprire gli scambi è la strada giusta
La conclusione raggiunta dal G-20 è molto sensata e chiara. Lo sviluppo del commercio è il motore della crescita, se gli scambi si fermano e aumenta il protezionismo è finita. Bisogna continuare a lavorare per un'economia completamente libera sia per le merci che per i servizi o si rischia una nuova recessione. E bisogna capire che la crescita mondiale non può essere sostenuta dai paesi emergenti: i Bric non sono ancora in grado di sostituire le economie avanzate

BASILEA III

Seul ha recepito la riforma del sistema e ha incaricato il Financial stability board di stabilire criteri più rigidi per le grandi banche. È la strada giusta?



PAOLO GUERRIERI

Università La Sapienza di Roma

Buon proposito, ma rischioso
Si stanno alzando i requisiti patrimoniali delle banche nella speranza che in caso di muove crisi siano in grado di reggersi da sole. In linea di principio, il proposito è sensato, ma l'effetto è quello di un pericoloso inasprimento della stretta al credito: così si rischia di uccidere il paziente in una fase in cui non siamo ancora usciti dalla crisi. In queste condizioni la mano pubblica sarà costretta a intervenire ancora per assicurare alle imprese la liquidità necessaria a sopravvivere



EMILIANO BRANCACCIO

Università del Sannio di Benevento

Importante il sostegno cinese
L'adozione di Basilea III era il punto più atteso e l'esito è molto positivo, soprattutto se confrontato con il sostanziale non accordo sulla macroeconomia e tenendo conto del forte sostegno della Cina. Nel mandato al Financial stability board c'è anche il compito di stilare la lista delle grandi banche, il cui fallimento metterebbe a rischio l'intero sistema. A questi istituti, una ventina, si applicheranno parametri molto rigidi. Ma resta da capire con quali criteri saranno scelti



GIULIO SAPELLI

Università Statale di Milano

Spezzare l'industria finanziaria
L'unica ricetta per limitare le crisi è spezzare l'industria finanziaria, separare l'attività commerciale da quella d'investimento: le banche non devono poter usare i depositi dei correntisti per alimentare la leva finanziaria. Su questo però non è stata detta una parola, al G-20 ha vinto il condizionamento dei grandi banchieri. Invece, ci si concentra sulla risibile idea di iper-regolamentare il settore dall'alto attraverso l'Fsb, che ormai è l'erede del Pcus. Una strada destinata a fallire

13/11/2010