LA CRISI EUROPEA VISTA DALLA CINA

LA CRISI EUROPEA VISTA DALLA CINA

Pechino, 14 mag.- Dalla Grande Muraglia si guarda alla crisi greca, e forse si pensa a Wall Street. Mentre l'euro resta debole sul mercato dei cambi e tutte le borse europee chiudono in perdita  nonostante il piano da 700 miliardi approvato la settimana scorsa, la Cina si interroga sulla portata della tempesta nel Vecchio Continente. "La  Cina sta traendo esperienza dai fallimenti europei" spiega ad AgiChina24 Yao Shujie, professore di Economia e direttore della Scuola di Studi sulla Cina Contemporanea dell'Università di Nottingham, nel Regno Unito. La posizione di Yao, che tiene anche uno dei blog economici più seguiti sulla rivista Caijing (http://blog.caijing.com.cn/yaoshujie; in cinese), sembra pervasa da un certo scetticismo, o forse dalla scarsa decifrabilità di cui la moneta europea è spesso vittima agli occhi dei cinesi. "Sono sicuro che il governo cinese stia seguendo attentamente la situazione in Europa, – dice Yao-  anche perché alla Grecia potrebbero seguire anche Portogallo, Spagna e Italia. Il mercato azionario cinese ha effettivamente registrato delle perdite dopo la crisi greca, com'è avvenuto nel resto del mondo, ma le fluttuazioni potrebbero non essere dovute completamente alle incertezze europee, bensì a cause interne, come la situazione del mercato immobiliare cinese. Io penso che l'economia cinese stia andando abbastanza bene: la leadership di Pechino è preoccupata, ma non è nel panico". Mentre a Bruxelles si suda freddo, a Pechino bisogna vedersela con ben altri problemi: dopo l'eccezionale crescita dell'11.7% registrata l'anno scorso, soprattutto grazie al pacchetto di stimoli all'economia da 4 mila miliardi di yuan varato all'inizio della crisi, adesso l'economia del Dragone rischia il surriscaldamento. L'anno scorso, su impulso del governo, le banche hanno aperto nuove linee di credito per la cifra record di 9590 miliardi di yuan (al cambio attuale 1120 miliardi di euro); ad aprile i prezzi delle case hanno abbattuto un nuovo primato, registrando un aumento del 12.8%; l'inflazione è salita del 2.8%, quasi ai limiti di quel 3% entro il quale il governo vuole contenere la media annua. Da mesi il governo e le auhority bancarie varano misure per raffreddare il mercato immobiliare e contenere i rischi di un aumento dei crediti in sofferenza: "Quello che la Cina sta cercando di fare adesso è evitare che il suo sistema bancario entri in crisi com'è successo in Occidente- dice Yao-  e misure come i reiterati aumenti delle riserve obbligatorie delle banche sono lì a testimoniarlo, ma il pacchetto di stimoli all'economia, da noi, per ora sembra aver avuto successo, così come negli Stati Uniti. Penso che l'economia americana adesso poggi su basi più solide. Ma questa nota positiva va a bilanciare la situazione negativa in Europa, che penso sia dovuta alle politiche monetarie adottate nell'Eurozona: se un paese affronta dei problemi, allora anche tutte le altre nazioni lo seguono. Adesso mi pare che l'unica ricetta per evitare che l'Ue scivoli in una crisi simile a quella americana di due anni fa siano proprio gli stimoli all'economia, ma  questo non significa una soluzione immediata,  perché la crisi e il credit crunch sono già in atto".  Pechino e Washington, che da mesi avevano ingaggiato un duello sulla questione della rivalutazione dello yuan, secondo Yao sono almeno accomunate dalla pronta risposta alla crisi e, nonostante, qualche esitazione degli ultimi mesi, la Cina continua a comprare i titoli del debito pubblico americano, soprattutto a causa della mancanza di un'alternativa: "Di fatto,prima della crisi, l'euro era il primo concorrente del dollaro, e già il predecessore del premier Wen Jiabao, il premier Zhu Rongji, aveva convertito in euro una parte delle riserve cinesi. Ma l'euro è una moneta nuova, che deve ancora guadagnare fiducia, anche da parte della stessa Cina, e  penso che questa crisi costituisca un banco di prova determinante. Con questa congiuntura ci sarà una fuga dall'euro, almeno finché le nuvole non si saranno diradate. Ma non sappiamo quando questo accadrà: l'Europa a 27 è una realtà molto complessa". Ovvio, quindi, che il dollaro tragga vantaggio dalla crisi europea, anche alla luce del continuo acquisto di Treasury Bonds da parte del Dragone. "Certamente,- sorride il professor Yao- il dollaro si avvantaggia sempre, è ovvio. Non esistono valute che possano competere con il dollaro". Così, mentre a New York il procuratore generale Andrew Cuomo indaga per capire se alcune banche di Wall Street (tra cui Goldan Sachs e Morgan Stanley) abbiano esercitato pressioni indebite sulle agenzie di rating per ottenere punteggi migliori nella valutazione dei derivati sui mutui che aprirono le porte alla crisi subprime, il ruolo delle stesse agenzie di rating nella crisi europea può apparire quantomeno sospetto. Se è vero, come racconta Geminello Alvi ne "Il Secolo Americano", che uomini come il banchiere Charles S. Addis della Shanghai and Hong Kong Banking Corporation avevano "deciso della dinastia Qing, dell'imperatore bambino Pu Yi  e della spoliazione finanziaria della Cina" e "la Shanghai and Hong Banking Corporation controllava da tempo con le dogane e la tassa sul sale la più parte delle entrate statali di Pechino", la lezione, dalle parti della Grande Muraglia, non sembra essere stata dimenticata. E a Bruxelles?

 

di Antonio Talia