LA CONTROVERSA RESIDENZA A PUNTI

LA CONTROVERSA RESIDENZA A PUNTI
Bruxelles, 10 set. - La modifica del sistema di residenza obbligatoria costituito dallo hukou costituisce il primo tassello messo a punto dal governo cinese in vista della costruzione della "società armoniosa" auspicata dal primo ministro Wen Jiabao a marzo in apertura all'Assemblea Nazionale del Popolo. Nel programma di riforme volte a ridurre le differenze sociali all'interno del Paese, lo snellimento delle procedure per ottenere il certificato di residenza urbana rappresenta la possibilità per milioni di cinesi di non essere più vincolati al proprio luogo natale per usufruire di servizi sociali come l'istruzione gratuita per i figli o l'assistenza sanitaria. Sembrerebbe un grande passo avanti, quindi, per tutti coloro che, migrando dalle campagne alle città in cerca di lavoro, risultano penalizzati da tale sistema. A giugno la provincia del Guangdong, uno tra i maggiori centri manifatturieri del sud-est cinese – e perciò tra le principali mete di migrazione – ha assunto il ruolo guida a livello nazionale per la sperimentazione della nuova procedura.

Tuttavia, con il nuovo metodo il passaggio di residenza è tutt'altro che automatico: è necessario infatti accumulare un certo numero di punti, attribuiti secondo precisi requisiti che premiano il merito e la buona condotta degli aspiranti residenti. Vengono presi in esame la formazione culturale, il livello professionale, i contributi previdenziali, e la partecipazione ad "attività caritatevoli" come la donazione del sangue. Per un lavoratore migrante è necessario raggiungere 60 punti per ottenere la residenza. Il possesso del diploma della scuola media inferiore equivale a 5 punti,  quello della scuola media superiore a 20, e quello di laurea a 80. In caso di infrazioni, fedina penale sporca o violazione della politica di pianificazione familiare, è invece prevista la detrazione dei punti. Oltre a beneficiare di maggiori garanzie sociali, estendibili anche ai familiari dei lavoratori qualificati, è previsto un sussidio per la casa e fondi di riserva se si gestisce un'azienda. Ad ogni modo, il numero di lavoratori che si spostano dalle campagne alle città verrà deciso annualmente dal governo locale. Secondo le stime, entro la fine del 2012 il tasso di urbanizzazione arriverà a sfiorare il 67,5% e verranno attratti nel Guangdong un milione e ottocento mila lavoratori migranti, che diventeranno residenti urbani con il sistema a punti.

Il bisogno di garantire loro maggiori tutele si è reso necessario anche per disperdere le tensioni sociali e non minare la stabilità e il potere della leadership di Pechino. A soli pochi giorni dalla riunione annuale dell'Assemblea Nazionale del Popolo, le forti pressioni esercitate da 13 testate nazionali di stampo liberale per chiedere al governo l'abolizione dello hukou hanno infatti indotto l'amministrazione Hu-Wen a dare la priorità alla questione. Viene spontaneo chiedersi, però, cosa ne sarà di tutti coloro che non hanno una formazione adeguata per accumulare i punti, i quali non solo non avranno diritto alla residenza, ma ora non potranno nemmeno più spostarsi in città in cerca di un lavoro. Secondo Lin Wangping, vice direttore generale del Dipartimento Provinciale di Risorse Umane e Sicurezza Sociale del Guangdong, "oltre ad essere uno stimolo per accelerare l'urbanizzazione della provincia, il sistema a punti consentirà ai lavoratori migranti di prendere parte alla crescita economica insieme ai residenti urbani, e contribuire così a costruire una società armoniosa".

Eppure, ad un'analisi più profonda, emergono forti dubbi sull'efficacia della riforma, dietro la quale si celerebbero in realtà altri tipi di interessi. Un articolo comparso sul sito China Study Group, collegato al China Left Review, mette infatti in luce che, se con il sistema vigente i residenti rurali possono far ritorno alle terre comuni del loro villaggio anche dopo molti anni vissuti in città come migranti , con il nuovo "sistema di scambio" dello hukou ciò non sarà più possibile. Il risultato sarà che molti giovani delle campagne, attratti dall'idea di essere registrati in città, abbandoneranno il proprio luogo d'origine senza poter contare sull'economia informale a cui far ritorno nel caso in cui non riescano ad inserirsi nella nuova realtà urbana o siano colpiti da una crisi economica. D'altronde il sistema attuale consente allo Stato di requisire gli appezzamenti, a prescindere dalla volontà degli abitanti, e di venderli. La riforma non farebbe altro che facilitare il processo di privatizzazione delle terre agricole, con il grosso rischio di alimentare gli interessi speculativi. Sembra infatti che la residenza rurale stia già diventando estremamente appetibile poiché, se si hanno abbastanza soldi e i contatti giusti, permette di mettere le mani sui terreni.

Ne è la prova il caso del distretto di Wenjiang a Chengdu (Sichuan), dove l'anno scorso la vendita delle terre appartenenti agli ex residenti rurali ha costituto il 60% delle entrate del governo. Questa è solo una delle varie esperienze pilota volte ad "armonizzare lo sviluppo urbano e quello locale", scrive il China Study Group. Non si tratta esattamente dell'immagine idilliaca che Pechino va promuovendo. La sfida sta piuttosto nella volontà di creare un livello sostenibile di produttività nelle campagne, che non costringa i residenti rurali a diventare forza lavoro a basso costo nelle città. 

di Anna Rita De Gaetano


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