La Cina taglia l'export di terre rare

Il ministro cinese del Commercio, Chen Deming, meno di un mese fa era stato rassicurante: dopo il taglio del 40% nel 2010, le quote d'esportazione di terre rare il prossimo anno avrebbero subìto soltanto un modesto ritocco. In teoria Pechino può ancora mantenere la promessa, ma di certo l'esordio non è dei migliori: per il primo semestre 2011 le forniture di questi ricercatissimi e sempre più preziosi metalli – di cui la Cina monopolizza la produzione – sono state abbattute ad appena 14.508 tonnellate, quasi il 35% in meno rispetto allo stesso periodo di quest'anno.
Un comunicato del ministero intima «a tutte le parti coinvolte» di non cercare di estrapolare la quota per l'intero 2011 dai volumi assegnati ieri. L'assegnazione dei limiti in due tranche successive è la prassi. E Pechino ricorda che a determinare il tetto all'export per la seconda metà dell'anno contribuiranno fattori al momento non esattamente prevedibili, tra cui l'andamento dei consumi, sul mercato interno ed estero, e i livelli di produzione. Con un occhio alla sostenibilità ambientale.
Con il richiamo all'ecologia il governo cinese ribadisce in modo esplicito quello che è diventato il suo argomento forte per giustificare la riduzione dell'export. E allo stesso tempo prepara il terreno per la sempre più probabile battaglia che sarà chiamata ad affrontare in seno all'Organizzazione mondiale per il commercio.
Gli Stati Uniti hanno già fatto trapelare la loro irritazione per l'ennesimo giro di vite sulle forniture di terre rare: 17 metalli dai nomi esotici – come neodimio, lantanio, cerio o terbio – di cui il mondo è sempre più affamato, poiché trovano un vasto impiego nell'energia verde e negli ultimi ritrovati dell'hi-tech, come l'iPod o il Blackberry. La Cina, che controlla oltre il 90% della produzione, nel 2010 ne ha limitato l'export a poco più di 30mila tonnellate. Il resto del mondo, secondo stime della Industrial Minerals Company of Australia (Imcoa), ha espresso una domanda di 48mila tonnellate, quasi raddoppiata rispetto al 2009.
Il rappresentante Usa al Commercio (Ustr) ieri ha reagito con una dichiarazione stringata, affidata a un portavoce: «Siamo molto preoccupati per la restrizione all'export di terre rare da parte della Cina. Abbiamo già sollevato la questione con Pechino e continueremo ad occuparcene assiduamente». Poche parole. Del resto l'agenzia governativa era stata più che eloquente la settimana scorsa, nel suo rapporto annuale. Pechino, riferisce l'Ustr, finora ha sempre respinto le ripetute richieste di Washington di eliminare le barriere all'export di terre rare, barriere che hanno spinto i prezzi internazionali di alcuni tra questi metalli «enormemente al di sopra di quelli praticati sul mercato locale».
«In futuro – promette l'Ustr – gli Stati Uniti continueranno ad impegnarsi con vigore nelle trattative con la Cina su questo tema e non esiteranno ad intraprendere ulteriori azioni, compresa una risoluzione della disputa da parte della Wto, se sarà il caso».
L'ulteriore stretta alle esportazioni annunciata ieri da Pechino alza senza dubbio il livello dello scontro, a meno di un mese dalla visita alla Casa Bianca del presidente cinese Hu Jintao. L'esito di un'eventuale procedura alla Wto è però tutt'altro che scontato.
Il trattato che istituisce l'Organizzazione di Ginevra bandisce ogni tipo di divieto o limitazione alla libera circolazione delle merci, comprese le quote di esportazione. Tuttavia, la regola generale ammette una lunga e complicata serie di eccezioni. Un paese, ad esempio, può limitare l'esportazione di determinati prodotti «per conservare risorse naturali esauribili», purché però ne limiti contemporaneamente anche la produzione e il consumo locali: cosa che la Cina afferma in effetti di fare (e provare il contrario non sarebbe facile). Non solo. La Wto permette addirittura di restringere l'export di materie prime per rifornire l'industria nazionale, se questo non crea una discriminazione ai danni dei concorrenti stranieri.
La Cina è già al centro di una procedura molto simile alla Wto, relativa ad altre due materie prime: la bauxite e il magnesio. Ad avviarla è stata l'Unione europea, alla quale si sono poi uniti Usa e Messico. Anche in questo caso Pechino respinge l'accusa di protezionismo, affermando di aver limitato l'export non per avvantaggiare le proprie imprese, bensì per contrastare lo sfruttamento eccessivo delle risorse minerarie, riducendo allo stesso tempo i danni all'ambiente. Il caso appare così difficile che nello scorso ottobre il comitato di esperti incaricato di esaminarlo ha chiesto di rinviare il parere fino ad aprile 2011.
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29/12/2010