La Cina strappa la corona al Regno Unito

MILANO
Il mondo è un po' più povero. Ci sono meno ricchi nel pianeta, tra i sei miliardi di abitanti, e il loro patrimonio si è assottigliato di 8mila miliardi di dollari. La crisi più grave dalla Grande Depressione del 1929 ha riportato le lancette dell'orologio al 2005: il numero di persone facoltose è sceso sotto i livelli di quattro anni fa. Nessuno piangerà, ma è l'effetto della recessione sui grandi benestanti.
La fotografia sui «paperoni» del mondo, che ogni anno la banca d'affari Merrill Lynch e la società di consulenza CapGemini scattano (giunta alla tredicesima edizione), dà una conferma e regala una sorpresa. La conferma è che, com'era prevedibile vista la bufera di Borsa e la caduta dell'economia, nemmeno le persone abbienti si sono riparate dalla tempesta. La sorpresa, invece, è che la "parvenu" Cina strappa lo scettro alla Gran Bretagna, la culla della borghesia e della rivoluzione industriale, superandola, seppur di un soffio, come numero di facoltosi (per colpa del sensibile calo di questi ultimi in Inghilterra).
Alla fine del 2008 si contavano 8,6 milioni di persone abbienti (in gergo tecnico Hnwi, ossia chi ha un patrimonio superiore al milione di dollari), quasi il 15% in meno dall'anno precedente - quando superarono la soglia record dei 10 milioni - e meno degli 8,8 milioni del 2005. Ancora di più sono scesi i super-paperoni (Ultra-Hnwi), coloro che possono vantare averi per oltre 30 milioni di dollari, il cui numero è crollato di quasi un quarto (-24,6%). Negli anni dal 2002 al 2007 la ricchezza è salita a tassi del 9% (del 7% nel biennio 2005-2007), l'anno scorso lo stop è stato violento: sono andati in fumo 8mila miliardi, il patrimonio delle persone benestanti a livello mondiale è sceso da 40,7 a 32,8 miliardi; nessuna regione è stata risparmiata. Guardando sul medio periodo chi pensava che il boom, o la bolla speculativa a seconda dei punti di vista, degli ultimi anni, abbia avuto come effetto anche una maggiore redistribuzione della ricchezza, a livello geografico, rimarrebbe deluso. I ricchi hanno accumulato più patrimonio (tranne quest'anno la cui opulenza si è ridotta), mentre i poveri non hanno migliorato le loro condizioni. Il sorpasso della Cina e l'ingresso del Brasile nella top-ten sono due novità positive, a livello socio-economico, ma vero è che, commenta Mauro Masciarelli vice-president di CapGemini Italia «questo non cambia il quadro di fondo che vede la ricchezza mondiale concentrata in Stati Uniti, Giappone e Germania». In questi tre Paesi vive oltre la metà (54%) delle persone con grandi patrimoni (un terzo nella sola America). Gli abbienti italiani, (-20,8% peggio dell'Europa ferma a -14,4%), occupano l'ottavo posto, dopo la Svizzera (che ha poco più di un decimo della nostra popolazione) ma prima di Australia e Spagna. La crisi non ha colpito allo stesso modo nei vari paesi del mondo: Hong Kong ha subìto un crollo del 61% dei suoi super ricchi, l'India del 31,6%. Rilevante l'impatto anche in Russia (-28,5%).
Per difendersi dalle perdite, i ricchi hanno applicato una regola semplice e antica, quanto efficace: beni rifugio (oro e immobili), liquidità, titoli di Stato e obbligazioni. In fuga dall'azionario, che ha bruciato 30mila miliardi a livello globale, i ceti elevati sono corsi a investire in materie prime come l'oro, investimento sicuro per antonomasia; opere d'arte (25%), gioielli e orologi (22%), ma anche beni più effimeri come come yacht, jet e automobili di lusso (27% del totale investito). Come quasi sempre nei periodi di crisi, molti super ricchi (54%) hanno aumentato le spese per salute e benessere, ma hanno tagliato le spese per viaggi (55%) e per "consumi di lusso". Ma il taglio più consistente, che si è evidenziato nell'ultimo trimestre del 2008, è quello su beneficenza e donazioni, attività tipica dei super ricchi nordamericani: il 60% di questi, dice il rapporto, ha dichiarato l'intenzione di fare meno donazioni.
Oggi la metà del portafoglio investimenti dei super ricchi è costituito da strumenti di liquidità o equivalenti; i bond hanno registrato un +2 per cento. La contropartita della tranquillità e della sicurezza dell'investimento è che i ritorni non potranno essere allo stesso livello degli anni passati. La crisi ha anche spinto i grandi patrimoni a non superare i confini nazionali: gli investimenti nel paese di origine sono saliti del 6,8%. Il mattone è arrivato a coprire il 18% dei patrimoni (e di questa quota quasi la metà si è diretta al residenziale, un fenomeno che ha interessato particolarmente il Medio Oriente e Asia). Parallelamente hanno perso appeal gli investimenti alternativi (in calo del 2% in generale, con un picco negativo degli hedge fund, caduti del 7%).
Di fronte ai crolli, una buona fetta di ricchi è corsa a ritirare il patrimonio in gestione presso consulenti e private banker: uno su quattro ha disinvestito o ha cambiato gestore a causa della perdita di fiducia nelle banche e ancor di più nelle autorità di controllo.
Solo lacrime nel 2008, dunque? No, perché Merrill Lynch e CapGemini vedono rosa per il futuro e, di rimando, per il mercato del private banking, i gestori dei grandi patrimoni privati. Da qui al 2013, è la previsione di Isabella Fugazza di Merrill Lynch, la curva riprenderà a salire e a fine periodo il patrimonio totale dei super ricchi sarà di 48mila miliardi, più del picco del 2007. A vedere le stime sull'economia e l'andamento macro, sembrano previsioni forse fin troppo ottimistiche, ma gli esperti sostengono che la previsione si basa su una semplice constatazione: quando l'economia riparte e storicamente i ricchi sono i primi, e con maggior forza, nell'investire nell'azionario e in quei settori a più alta redditività. Bisognerà vedere, però, se in futuro i milionari mondiali avranno la stessa propensione al rischio mostrata finora o se la crisi avrà impattato anche sulle loro abitudini.
S. Fi.
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25/06/2009