La Cina rimpatria i turisti messicani

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Scomposta, brutale, disumana, esagerata. Nelle ultime ore, la stampa internazionale ha sprecato aggettivi per definire la reazione della Cina di fronte all'influenza A. Prima il blocco delle importazioni di carne dal Messico (il paese più colpito, con 42 morti secondo le autorità locali) e da altri paesi a rischio virus H1N1, come Canada e Stati Uniti. Poi la quarantena imposta a centinaia di cittadini messicani, che si è trasformata in un incidente diplomatico. Infine (la notizia è di ieri) la sospensione della procedura d'urgenza per il rilascio dei visti ai cittadini americani, ritenuti dalle autorità sanitarie cinesi ad alto rischio contagio.
Le decine di ambulanze allineate lungo una strada di Shanghai in attesa di portare gli sfortunati turisti messicani (tutti sani, tra l'altro) all'aeroporto di Pudong per farli rimpatriare anzitempo, hanno un che di grottesco. E anche di paradossale. È sconcertante, infatti, che lo stesso paese che ha avuto una reazione tanto determinata sul rischio infezione in arrivo dall'estero, continui a ignorare l'elevato rischio che viene dall'interno del paese.
Un paese composito e sterminato che, in questi giorni di panico generale, sembra dimenticare un dato di fatto d'importanza cruciale: il sud della Cina è stato l'incubatrice delle più tragiche pandemie dell'ultimo secolo, la Spagnola nel 1918, l'Asiatica del 1968 e la Sars nel 2003. In attesa che medici e scienziati facciano luce sull'origine geografica del virus H1N1 (il Messico sostiene che, anche questa volta, la malattia arrivi proprio dalla Cina), sarebbe auspicabile quindi che Pechino alzasse la guardia non solo contro la presenza dei presunti untori stranieri, ma anche contro i deprecabili comportamenti quotidiani dei propri cittadini.
In questi giorni, mentre la psicosi da febbre suina ha creato in tutta la Cina un clima surreale da caccia alle streghe (straniere), gli usi e i costumi dei cinesi, che spesso violano i principi igienico-sanitari più elementari, non sono cambiati. A Shanghai, la città che rappresenta il volto più moderno, tecnologico e cosmopolita del paese e si prepara ad ospitare l'Expo 2010, la gente continua a sputare senza ritegno: nelle strade, ma anche nelle scuole, nelle palestre, nei condomini, negli aeroporti. Nella primavera del 2003, quando l'epidemia di Sars mise in ginocchio il paese, il Governo aveva "rispolverato" le vecchie ammende contro l'espettorazione in luogo pubblico e le aveva pure inasprite. Ma passato il fantasma della polmonite atipica, i cinesi hanno ripreso a sputare come lama.
Così come, sia Shanghai che a Pechino, seguitano a tenere i piccioni e le galline in casa, nonostante il rischio di epidemia aviaria che incombe costantemente. A vivere ammassati in condizioni igieniche estreme. O a vendere carni semi-avariate in sordidi mercati rionali. Con l'incertezza che ancora circonda la nuova epidemia, per la Cina pensare che lo spettro della pandemia si agiti solo oltrefrontiera potrebbe rivelarsi un clamoroso errore di valutazione.
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07/05/2009