La Cina resiste sullo yuan - Fed: sostegno al dollaro

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
La Cina stronca sul nascere l'offensiva di Barack Obama sullo yuan. «Il nostro obiettivo di lungo termine è garantire la stabilità del renminbi», ha ribadito ieri il Governo cinese, poche ore prima dell'arrivo del presidente americano a Pechino.
Sono parole pronunciate quasi alla nausea negli ultimi mesi dalla Cina. Ma che ora, nell'imminenza dello sbarco di Obama nella capitale, assumono un significato particolare. La Cina non si sente sotto pressione perché gli squilibri nel commercio globale e la valutazione dello yuan sono due questioni distinte, è la tesi sostenuta da Pechino per respingere le accuse di manipolazione del cambio lanciate a più riprese dagli Stati Uniti. E anzi, sul commercio, passa al contrattacco: gli Stati Uniti, ha accusato il portavoce del ministero del commercio, si sono «improvvisamente» trasformati da sostenitori del libero commercio a «protezionisti». «Gli Usa - ha concluso - non dovrebbero alzare barriere commerciali per proteggere la loro industria nazionale». Un riferimento ai super-dazi sui pneumatici e sui tubi d'acciaio made in China.
Il "fuoco" cinese, tuttavia, non impedirà a Obama di mettere la questione valutaria sul tavolo dei colloqui con la leadership del Dragone, a maggior ragione dopo l'impegno assunto ieri da Ben Bernanke ad assicurare la forza del dollaro. Il capo della Federal Reserve ha detto infatti che guarda con «attenzione alle conseguenze delle variazioni nel valore del dollaro e lavorerà per garantire la sua forza», una presa di posizione inconsueta per la Banca centrale americana che viene letta come un tentativo di arrestare la discesa della valuta.
Il gesto della Fed dà ad Obama una carta in più nel vertice di oggi con Hu. «La Cina - ha avvertito ieri il presidente Usa - detiene un ammontare enorme di dollari, quindi il nostro successo nell'uscita dalla crisi economica è molto importante anche per i cinesi. Se non ci riusciremo, le relazioni bilaterali potrebbero peggiorare sia sotto il profilo economico, sia sotto quello politico».
Insomma, la tesi di Washington sulla questione del giusto valore dello yuan è l'esatta antitesi di quella cinese: la sottovalutazione dello yuan è una delle principali ragioni dello sbilancio dei flussi commerciali mondiali; e i 2.300 miliardi di dollari di riserve valutarie accumulati da Pechino sono lì a dimostrarlo.
Cosa chiederà, dunque, Obama al Governo cinese nelle prossime ore? Probabilmente, niente di specifico. Visto l'arroccamento dei padroni di casa sulla questione (che rischia di aumentare dopo i pronunciamenti pro-rivalutazione dello yuan nelle ultime ore del numero uno della Bce Jean-Claude Trichet e del direttore dell'Fmi Dominique Strauss-Kahn), al presidente americano basterebbe tornare dalla trasferta con in tasca un generico impegno di Pechino al ribilanciamento dell'economia globale. Il che significherebbe una sola cosa: rivalutare progressivamente lo yuan per ridurre la competitività del made in China sui mercati mondiali, e per aumentare il potere d'acquisto dei consumatori cinesi.
Nel luglio 2005 Pechino aveva già imboccato questa strada quando si decise a disancorare il renminbi da un peg ultradecennale con il dollaro e a riagganciarlo a un paniere valutario. Da allora fino all'agosto 2008 lo yuan si è apprezzato di oltre il 20% nei confronti della valuta americana. Poi la marcia rialzista si è improvvisamente arrestata. Per una semplice ragione: per alleviare gli effetti della crisi finanziaria globale e tamponare il crollo dell'export, la Cina ha smesso di assecondare la graduale ascesa dello yuan.
Insomma, Pechino ha pensato bene di riagganciare il renminbi al dollaro. A differenza dello sganciamento del 2005, però, il ritorno al peg non è mai stato annunciato ufficialmente. Oggi come cinque anni fa, quando il mondo accusava la Cina di protezionismo valutario, nessuno è pronto a scommettere che una rivalutazione del renminbi si tradurrebbe in un riequilibrio dei flussi commerciali internazionali. Ma la questione ha assunto ormai una valenza politica cruciale nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti. Per questo, Obama a Pechino non potrà lasciare nulla d'intentato. Ben sapendo però che la nomenklatura non lascerà risalire lo yuan fino a quando le esportazioni del made in China non avranno ripreso a correre.
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DOPPIA DIPENDENZA

Rapporto squilibrato
La Cina è il primo detentore di titoli di Stato americani ed è anche il primo esportatore negli Stati Uniti.
Sul fronte commerciale, in realtà, il 2009 dovrebbe registrare per la prima volta dal 2001 un calo del deficit americano, che difficilmente a fine anno arriverà ai 268 miliardi di dollari del 2008
La Cina è invece di gran lunga il primo detentore di titoli di stato americani, dopo aver superato il Giappone nel settembre 2008

17/11/2009