La Cina ora è più eco-vicina

Gabriele Barbati
PECHINO
Togliere il carbone in piena corsa alla locomotiva cinese, dieci anni fa, poteva sembrare un lusso. Eppure aver capito che sviluppo economico e protezione dell'ambiente non sono inversamente proporzionali ha fatto la differenza tra Rizhao, quasi tre milioni di abitanti affacciati sul mar Giallo, e il resto del paese. Se oggi il mondo è diviso tra la speranza che la ripresa cinese dia una mano a tutti e l'ansia per quei 6,1 miliardi di tonnellate di CO2 scaricati ogni anno dalla Cina sul clima globale, nella provincia costiera dello Shandong si godono sia il benessere sia una qualità dell'aria stabilmente nella top ten nazionale. «Alla fine degli anni 90 era chiaro che stavamo consumando troppa energia e che la gente aspirava a condizioni di vita migliori – ricorda Yu Haibo, direttore del Dipartimento urbanistico di Rizhao –, ma avevamo un vantaggio: una città con una media di 2.540 ore di sole all'anno».
Ben prima che Pechino avviasse piani per le energie rinnovabili, le autorità locali decisero dunque di fare di Rizhao, uno dei maggiori porti nazionali per il traffico dei minerali di ferro, un distretto del solare termico. Partendo dai costi bassi e dalla buona volontà. «Di fatto, all'inizio, sono state singole persone a usare i pannelli solari, dopo avere realizzato che costavano quanto gli scaldabagni elettrici. In seguito il Governo ha pensato di emanare delle linea guida – continua Yu – e di promuovere l'adozione generale del solare termico». Così con un investimento di 1.600 yuan, circa 150 euro (ma fino a 3mila yuan per modelli dotati di un sistema elettrico che si attiva se il cielo è coperto e l'acqua diventa fredda) una famiglia come quella di Cui Hongying ha installato un pannello sul tetto che riscalda l'acqua e la tiene a temperatura per diversi giorni. «Con lo scaldabagno elettrico era troppo costoso farsi la doccia spesso – racconta Cui –: ora grazie ai pannelli solari abbiamo acqua calda quando vogliamo e nessuna bolletta da pagare!».
Si calcola che 1,5 milioni di residenti abbiano risparmiato tra il 3 e il 6% del loro reddito annuo. È il primo dei ritorni di un meccanismo divenuto "circolare". L'avvento del solare termico ha stimolato la nascita di un centinaio di aziende per la produzione di pannelli e creato posti di lavoro. Gli incentivi pubblici dati in seguito a hotel e scuole per convertirsi al solare, le campagne di educazione varate negli anni e la decisione di vincolare le concessioni edilizie all'installazione di pannelli termici hanno esteso la trasformazione verde di Rizhao fino al 95% delle abitazioni urbane e a quasi un terzo delle aree rurali. Oggi la città trae il 10% del suo fabbisogno energetico dal sole, il che ha consentito insieme all'impiego di altre tecnologie pulite di risparmiare – secondo i dati ufficiali – 3,8 miliardi di kW/h di elettricità tradizionale, rimpiazzando ogni anno 1,44 milioni di tonnellate di carbone. Senza contare il ritorno di immagine: la svolta verde è valsa un World Clean Energy Award nel 2007 e un discreto afflusso di turisti.
Tanto che se Rizhao è stata la «prima a prendere il sole», come diceva già il nome in cinese, altre città ne hanno seguito il modello facendo della Cina il maggiore mercato mondiale del solare termico. Un bel passo avanti verso il traguardo del 15% di energia prodotta da fonti rinnovabili, che Pechino ha fissato per il 2020. Di certo, la sfida cinese sulle emissioni va oltre la buona gestione di qualche città. Ma l'atteggiamento determina la direzione, giusta o sbagliata. Un esempio in Cina è dato proprio dalle eco-town, l'antidoto proposto da più parti contro l'inurbamento atteso nei prossimi decenni. «Va benissimo costruire nuovi insediamenti anche da 100mila persone in contesti metropolitani, purché ci si possa permettere palazzi attrezzati per il risparmio energetico e soluzioni sostenibili in tema di trasporto e approvvigionamento di risorse. Quanto alle campagne – suggerisce Paolo Vincenzo Genovese, docente di Progettazione architettonica all'Università di Tianjin – un tubo dell'acqua fissato sul tetto, per un contadino, può risultare persino più sostenibile di un pannello solare. Un regola d'oro dell'edilizia sostenibile è l'approccio di scala».
La sensazione è in effetti che della sessantina di eco-aree già annunciate poche siano davvero necessarie e destinate al successo. Il prefisso eco, se non la città stessa, rischia di scomparire tra opportunismi politici e speculazioni, come avvenuto a Chongming, l'isola di fronte a Shanghai su cui la perla di Dongtan non ha mai visto la luce. Colpi a vuoto contro cui ammonisce uno studio appena pubblicato da scienziati cinesi e Wwf. Si prevede che entro il 2050 la Cina, se non passerà alle energie rinnovabili e al nucleare, triplicherà le sue emissioni. A meno, appunto, di ripartire da Rizhao e provare a vincere, su larga scala, la sfida lanciata nello slogan dal prossimo Expo di Shanghai: Better city, better life.
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28/09/2009