La Cina non fa sconti: 11 anni a Liu Xiaobo

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
La giustizia cinese non fa sconti a Liu Xiaobo. Ieri, un tribunale di Pechino ha confermato in appello la condanna a 11 anni di carcere per il dissidente firmatario e promotore di Carta 08, il documento con cui oltre 10mila attivisti e intellettuali avevano chiesto al governo cinese di rispettare i diritti umani, di avviare una riforma del sistema politico imperniato sul partito unico, e di garantire l'indipendenza del potere giudiziario.
I giudici hanno respinto il ricorso presentato dai legali del dissidente, confermando la sentenza di primo grado che aveva riconosciuto Liu colpevole di istigazione alla sovversione contro i poteri dello stato. Un'accusa durissima che ha portato a una sentenza durissima, la più dura mai emessa da un tribunale cinese dopo l'introduzione a metà degli anni 90 del reato di istigazione sovversiva.
La rapidità con cui la corte d'appello di Pechino ha formulato il suo verdetto (solo sei settimane dopo la sentenza di primo grado) solleva qualche dubbio sull'equità della decisione. «Dopo il processo farsa che ha condannato Liu Xiaobo per un semplice reato di opinione, non poteva che seguire un appello farsa», commenta un avvocato cinese che, vista l'elevata sensibilità politica della questione, preferisce mantenere l'anonimato.
Sebbene il risultato dell'appello fosse scontato, la conferma della condanna di Liu ha sollevato un coro di critiche tra la comunità internazionale. «A nostro avviso, Liu non avrebbe dovuto finire sotto processo e ora dovrebbe essere rilasciato immediatamente», ha dichiarato Jon Huntsman, ambasciatore americano a Pechino. «La Cina dovrebbe liberare subito e senza condizioni Liu e smetterla di perseguitare i firmatari di Carta 08», ha detto Simon Sharpe, responsabile della delegazione dell'Unione europea in Cina. «Confermando la condanna, si è persa l'occasione di rimediare a un errore», ha aggiunto Amnesty International, sottolineando come quello di Liu sia il terzo verdetto sfavorevole nei confronti di attivisti per i diritti umani nel giro di una settimana.
Cinquantaquattro anni, originario di Changchun, una grande città della Manciuria cinese; un master e un dottorato in letteratura che gli valgono una cattedra all'Università di Pechino; girovago in diversi atenei del mondo: Columbia, Hawai, Oslo. Nella primavera del 1989, Liu Xiaobo si schiera con il movimento studentesco di Piazza Tiananmen organizzando uno sciopero della fame. Dopo la repressione perde la cattedra all'Università di Pechino e finisce in carcere per due anni.
Tornato in libertà, Liu riprende la sua attività di scrittore e di critico letterario, e ricomincia anche a occuparsi di politica. Ma non per molto. Le sue posizioni critiche sulla questione tibetana e sul ruolo del partito unico non piacciono al regime, che lo sbatte in un campo di rieducazione per altri tre anni. L'anno scorso, Liu viene arrestato con l'accusa di istigazione sovversiva per aver promosso Carta 08. Salvo miracoli, ora dovrà trascorrere 11 anni in carcere.
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12/02/2010