La Cina non avvicina città e campagne

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
«La soluzione dei problemi dell'agricoltura, dei villaggi, dei contadini sarà una priorità strategica del nostro governo», disse Wen Jiabao aprendo la riunione dell'Assemblea del popolo del 2004. Domani, sei anni dopo il debutto del primo ministro cinese nell'arena parlamentare del paese, le stesse parole riecheggeranno nel discorso con cui Wen avvierà i lavori della sessione annuale della stessa Assemblea.
D'altronde, da allora poco è cambiato. La Cina continua a essere la società più ineguale del pianeta, dove le differenze di reddito tra città e campagne, tra est e ovest, tra fascia costiera e regioni interne raggiungono livelli abnormi. I dati pubblicati in questi giorni dal governo dicono che la situazione sta addirittura peggiorando, le statistiche ufficiali fotografano una società sempre più spaccata in due tra "chi ha" e "chi non ha": nel 2009 il reddito annuo procapite percepito dai residenti nelle città è stato pari a 17.175 yuan (circa 2.500 dollari), contro i 5.153 yuan (750 dollari) delle aree rurali e montagnose.
Trent'anni dopo l'avvio delle riforme di Deng Xiaoping che hanno trasformato la Cina da un'economia rigidamente pianificata in un flessibile socialismo di mercato, la nomenklatura continua a dibattersi in un inestricabile paradosso: da un lato, nel giro di un trentennio è riuscita ad affrancare oltre 400 milioni di persone dalla povertà; dall'altro, il processo di modernizzazione ha generato la società più iniqua e squilibrata nella storia dell'umanità.
Il governo, che nega ostinatamente l'esistenza politica di due Cine - quella Popolare e Taiwan - non può negare l'esistenza di due Cine sul piano economico. C'è una Cina virtuosa, che dimora prevalentemente nelle grandi città della costa, composta da milioni di persone che hanno un tenore di vita che va dall'esistenza dignitosa della piccola borghesia emergente, all'opulenza sfrenata dei tycoon che si sono arricchiti cavalcando abilmente l'onda della modernizzazione. E c'è la Cina di chi riesce a malapena a soddisfare i bisogni materiali primari, di chi ha in tasca meno di un dollaro al giorno per tirare a campare, la Cina dei contadini, dei pastori, di quanti vivono ai margini delle metropoli.
Un incubo turba costantemente i sonni dei governanti cinesi: che un domani l'esercito di diseredati rimasto tagliato fuori dalla crescita economica si ribelli violentemente contro il potere e chieda giustizia. In quel caso, il paese scivolerebbe nel disordine e nel caos e il sistema fondato sull'egemonia del partito unico rischierebbe la disintegrazione.
Per questa ragione, oggi come all'inizio del decennio scorso, la redistribuzione della ricchezza continua a essere una priorità strategica per la leadership cinese, da domani riunita a Pechino per la sessione annuale dell'Assemblea nazionale del popolo. Ma rimettere in equilibrio la bilancia della ricchezza interna sembra un compito quasi più arduo di quello compiuto nel trentennio scorso, quando grazie alle riforme economiche prima Deng e poi i suoi successori riuscirono a spingere il paese fuori dalle paludi della miseria endemica e del sottosviluppo.
È una questione di numeri: nella migliore delle ipotesi, infatti, finora solo un terzo della popolazione ha tratto un qualche beneficio dalla crescita economica e dalla modernizzazione, mentre i restanti due terzi vivono ancora in condizioni di profonda arretratezza e stentano a sbarcare il lunario.
L'inurbamento è stato finora il principale strumento utilizzato da Pechino per incanalare la società cinese verso un'armonizzazione spontanea dei livelli di reddito. Ecco perché, dopo aver tollerato di buon grado per anni l'emigrazione clandestina di milioni di contadini verso le grandi città - le loro braccia hanno costruito i palazzi avveniristici di Pechino e Shanghai - proprio in questi giorni il governo ha deciso di rivedere radicalmente il sistema dell'hukou, il certificato di residenza introdotto dal Maoismo per impedire la mobilità sociale tra campagne e centri urbani. La questione sarà affrontata nei lavori del parlamento.
Gli altri strumenti individuati dal Partito comunista per attenuare le divisioni sociali che rischiano costantemente di incendiare il paese sono la costruzione di un welfare state efficiente e diffuso. Un sistema pensionistico e previdenziale ad ampio spettro, infatti, consentirebbe di aumentare il reddito disponibile delle fasce di cittadini meno abbienti e, allo stesso tempo, stimolerebbe i consumi interni.
Sebbene il governo sia atteso da una sfida molto impegnativa, le vie per re-distribuire parte dell'immensa ricchezza privata accumulata dai cinesi negli ultimi decenni sono molteplici. Soprattutto, per un paese con un debito pubblico ancora contenuto e sotto controllo come la Cina. Qualsiasi ricetta, però, dovrà fare in conti con la dura realtà dell'esistenza quotidiana: chi convincerà coloro che hanno accumulato grandi e piccoli patrimoni a cedere qualche briciola di ricchezza a chi non è ancora riuscito a salire sul treno dello sviluppo?
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UNA SOCIETÀ SPACCATA

Nonostante gli sforzi del governo
È profondissima in Cina la spaccatura, in termini di reddito, tra città e campagne, tra est e ovest, tra fascia costiera e regioni interne. I dati pubblicati dal governo sottolineano che il divario continua ad allargarsi
Nel 2009 il reddito annuo procapite dei residenti nelle città è di 17.175 yuan (circa 2.500 dollari), contro i 5.153 yuan (750 dollari) delle aree rurali e montagnose
Trent'anni di riforme hanno tolto dalla povertà oltre 400 milioni di persone ma il processo di modernizzazione ha generato una società iniqua e squilibrata

04/03/2010