La Cina leader della ricerca scientifica

Clive Cookson
Nella ricerca scientifica la Cina ha fatto registrare, negli ultimi trent'anni, uno sviluppo maggiore di tutti gli altri paesi, e il ritmo di crescita non accenna a ridursi. Lo indicano dati raccolti dal Financial Times. Secondo Jonathan Adams, responsabile della ricerca alla Thomson Reuters, questa impressionante performance fa ora di Pechino il secondo maggior produttore mondiale di conoscenza scientifica, e se la tendenza proseguirà la Cina supererà gli Stati Uniti entro il 2020.
Thomson Reuters, che monitora 10.500 giornali scientifici in tutto il mondo, ha analizzato le performance di quattro grandi paesi emergenti - Brasile, Russia, India e Cina – negli ultimi tre decenni e ne emerge che Pechino ha largamente superato tutti gli altri, con un aumento di ben 64 volte, dal 1981 a oggi, degli articoli pubblicati, con una supremazia evidente soprattutto nella chimica e nella scienza dei materiali. «La Cina è in questo momento senza rivali nella ricerca - rileva James Wilsdon, direttore delle politiche scientifiche alla Royal Society di Londra – e ha superato anche le più ottimistiche previsioni di quattro o cinque anni fa, mentre l'India ha rallentato la sua espansione in questo campo e potrebbe aver perso una grande opportunità». Anche se la qualità dei lavori resta di livello non uniforme, la ricerca cinese è diventata più collaborativa: quasi il 9% degli articoli scientifici cinesi ha almeno un coautore americano.
Anche il Brasile ha messo in atto un grosso sforzo in questo campo: nell'81 la sua produzione di papers era un settimo di quella indiana, che ormai ha raggiunto. La Russia invece, che un tempo era ritenuta la superpotenza scientifica insieme agli Usa, ora è stata sorpassata dagli altri tre grandi paesi emergenti, che trent'anni fa messi insieme producevano meno ricerca di Mosca. Secondo Wilsdon, sono tre i fattori che possono spiegare la grande avanzata cinese. Il primo è il massiccio investimento dello stato, che finanzia la ricerca a un ritmo di crescita a un tasso nettamente superiore a quello dell'inflazione, a tutti i livelli del sistema educativo, dalle scuole fino ai corsi post-laurea. Il secondo è il flusso ben organizzato di conoscenze dalla scienza di base fino alle applicazioni economiche e commerciali. Il terzo è il modo efficiente e flessibile con cui Pechino sta invertendo la direzione della sua lunga diaspora scientifica in Nordamerica ed Europa, invogliando molti ricercatori cinesi con accordi economici che consentono loro di lavorare parte dell'anno in Occidente e parte in Cina.
Come la Cina, anche l'India ha avuto una forte emigrazione di scienziati all'estero e molti ricercatori indiani stanno ritornando in patria, dove però in genere preferiscono entrare nel business che continuare a fare ricerca. Un segnale del relativo peggioramento indiano è anche nella classifica dell'università: secondo l'Asian university rankings elaborato annualmente da Qs, l'anno scorso il miglior istituto indiano, l'Iit Bombay, figurava al 30° posto e ben 10 università cinesi e di Hong erano meglio piazzate.
© FINANCIAL TIMES

26/01/2010