La Cina dice no alla cedola - Tutta la cassa alle imprese

Morya Longo
Il sessantunenne Wang Jianzhou potrebbe anche togliersi qualche sfizio in giro per il globo. China Mobile, la più grande compagnia di telefonia mobile al mondo di cui lui è il potente amministratore delegato, ha in cassa la bellezza di 33,7 miliardi di dollari. Liquidi liquidi. Pronti, volendo, all'uso. Da sola China Mobile – secondo i calcoli del Sole 24 Ore – ha oggi più denaro in cassa delle prime 27 società italiane messe insieme. Così, se a Wang Jianzhou saltasse per la testa di comprare un concorrente come Telecom Italia (che in Borsa vale 19 miliardi di euro) gli basterebbe staccare un assegno. Punto e basta: un assegno. Niente debiti o complicate strutture finanziarie. Un assegno.
E China Mobile (posseduta al 74% dalla Repubblica Popolare) è solo una delle centinaia di società pubbliche o semi-pubbliche con cui Pechino potrebbe letteralmente conquistare il mondo. Mentre i gruppi industriali americani ed europei negli ultimi anni accumulavano sempre più debiti e sempre meno liquidi, i big cinesi costruivano un'armata invincibile. Fatta non solo di fondi sovrani, ma anche di società. Oggi il confronto tra l'azienda-Cina e l'azienda-occidente è paragonabile alla battaglia tra un esercito armato di bazooka e uno armato di coltelli. Ecco la vera arma segreta dei cinesi: dopo aver subìto l'imperialismo americano ed europeo tra l'800 e il primo 900, oggi Pechino potrebbe potenzialmente prendersi la rivincita.
Cina: super-utili, mini-cedole
Se in Europa le società a partecipazione pubblica sono un po' tutte delle "mucche" che gli Stati mungono per aumentare le entrate, in Cina non è così. Le aziende della Repubblica Popolare non hanno mai pagato un centesimo di dividendo. Secondo uno studio recente della Banca Mondiale, fino al 2007 nessuno dei colossi pubblici remunerava il suo azionista-Stato. È solo negli ultimi tre anni che anche in Cina le aziende hanno iniziato a pagare qualcosa, ma in media hanno elargito allo Stato solo il 23,3% degli utili: molto meno della media – calcolata sempre dalla Banca Mondiale – del 33% pagata in 16 Paesi industrializzati dalle analoghe società a partecipazione pubblica.
Questa non-politica dei dividendi ha mantenuto il denaro in gruppi come China Mobile, anche perché negli ultimi anni le aziende cinesi hanno macinato profitti senza sosta. Nel 2007 gli utili delle industrie a partecipazione pubblica in Cina hanno raggiunto un valore paragonabile al 7% del Pil: se questi colossi avessero distribuito tutti gli utili all'azionsita-Stato, le entrate fiscali sarebbero state di un terzo più elevate. E questo discorso vale ancora oggi: proprio venerdì il «Wall Street Journal» ha rivelato che nei primi due mesi del 2010 le maggiori industrie cinesi hanno realizzato profitti del 119,7% superiori a quelli dello stesso periodo del 2009.
Il punto è che a Pechino non importa incassare i dividendi: con una montagna di riserve valutarie, con un saldo delle partite correnti pari al 5,8% del Pil e con un mini-deficit pubblico del 2,8% causato solo da un recente stimolo fiscale da 586 miliardi di dollari (elargito per mantenere la crescita del Pil superiore all'8% annuo), lo Stato non ha bisogno di soldi. Così le società possono tenersi gli utili in cassa. E caricare le baionette.
Occidente: patria dei debiti
Il resto del mondo sembra la fotografia in negativo della Cina. Per anni le società occidentali hanno accumulato debiti e hanno bruciato cassa. Secondo i calcoli effettuati dal «Sole-24 Ore» sui dati di R&S Mediobanca, tutti i Paesi cosiddetti avanzati hanno ormai un sistema industriale iper-indebitato. Le prime 28 aziende multinazionali francesi nel 2004 avevano 155 miliardi di euro di debiti lordi e 48,7 miliardi di liquidità in cassa, con una posizione finanziaria netta (pari alla differenza tra i due valori) negativa per 106 miliardi. Ebbene: tre anni dopo, a fine 2007, il debito era di 129 miliardi superiore alla cassa. Un peggioramento del 22%. Idem in Germania, dove il deterioramento è stato del 29%. Peggio ancora in Gran Bretagna, dove l'aumento del debito netto è stato dell'82%. Più stabile, strano ma vero, negli Usa. Volete sapere qual è l'unico Paese in cui le multinazionali hanno più cassa che debiti? La Cina.
Davide contro Golia
Tutto questo sembra rispondere a una logica ben precisa. «Il Governo di Pechino non vuole incassare i dividendi dalle sue aziende, ma vuole che queste mantengano la liquidità per effettuare eventuali acquisizioni all'estero o per entrare in progetti per l'estrazione di risorse naturali», osserva Alessandro Terzulli, senior economist della Sace. «Questo perché la Cina è un paese che ha bisogno di risorse naturali, ma anche perché vuole pesare sempre di più nello scacchiere economico e finanziario globale». In effetti le imprese cinesi negli ultimi anni si sono date da fare in campagne acquisti: se si guardano le acquisizioni effettuate dai gruppi cinesi all'estero (con i dati forniti da Dealogic) si scopre che le maggiori operazioni degli ultimi 15 anni sono state effettuate tra il 2007 e il 2010. Come quella da 9,6 miliardi di Alcoa sull'inglese Rio Tinto, portata a termine nel 2008. Il problema è che le aziende cinesi trovano ancora una certa difficoltà a penetrare i mercati occidentali attraverso acquisizioni. Ma forse qualcosa, dopo la Grande crisi finanziaria, è destinata a cambiare.
L'altra faccia della medaglia
Eppure questa potenza di fuoco delle aziende cinesi ha più di un lato oscuro. Innanzitutto c'è il rischio che si creino piano piano dei potentati nelle aziende: potentati fatti da super-manager pieni di disponibilità liquide. Inoltre questa montagna di denaro, in assenza di grandi sbocchi internazionali, si sta per ora riversando su mercati come quello immobiliare. Dove più di un economista vede ormai il rischio di una bolla speculativa. Un commentatore qualche mese fa descriveva la situazione del mattone cinese con lo slogan «pieno di cash e pronto al crash». Infine la politica "asfittica" dei dividendi è vista in modo negativo da tanti osservatori, prima fra tutti la Banca Mondiale che suggerisce un piano per aumentare le cedole delle società pubbliche. Anche perché la Cina ha bisogno di aprire il proprio mercato agli investitori esteri. E società "taccagne" nei dividendi non sono propriamente viste con interesse. Insomma: le contraddizioni nel Paese del Dragone sono ancora gigantesche. Forse superano anche la grande montagna di cash.
m.longo@ilsole24ore.com
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Tra debiti e cassa
Il caso cinese
La Cina per ora si sottrae al contesto mondiale di deterioramento della finanza pubblica, con una correlata e crescente richiesta di dividendi alle partecipate statali da parte dello stato azionista. Il risultato è che le aziende della Repubblica Popolare si stanno rafforzando patrimonialmente, con una diminuzione dei debiti e un aumento della liquidità. Anzi, come si vede nel grafico, le imprese statali della Cina sono le uniche ad avere più liquidità che debiti; una posizione finanziaria netta positiva e in miglioramento. Fenomeno che ha le sue origini nella tradizione della politica dei dividendi di Pechino: secondo uno studio recente della Banca Mondiale, fino al 2007 nessuno dei colossi pubblici ha remunerato il suo azionista-Stato. Solo negli ultimi tre anni anche in Cina le aziende hanno iniziato a pagare qualcosa, ma in media hanno elargito allo Stato solo il 23,3% degli utili: molto meno della media – calcolata sempre dalla Banca Mondiale – del 33% pagata in 16 Paesi industrializzati dalle analoghe società a partecipazione pubblica. In Italia il dividend payout si attesta al 41,46 per cento

28/03/2010