La Cina decide la quarta stretta degli ultimi 6 mesi

L'inflazione è una tigre, disse a metà marzo il primo ministro cinese Wen Jiabao davanti all'Assemblea nazionale del popolo: «una volta libera, è difficile rimetterla in gabbia». Forse non pensava solo all'economia, ma anche alle tensioni sociali che le autorità cinesi temono più di ogni altra cosa, come conseguenza di prezzi troppo alti, a partire da quelli alimentari. Per questo nell'agenda di Pechino l'inflazione è in cima a ogni altra priorità, e per questo in pochi sono rimasti sorpresi quando ieri la Banca centrale ha annunciato un nuovo rialzo dei tassi di interesse, il quarto dall'ottobre scorso. «Non sarà l'ultimo», assicura Qing Wang di Morgan Stanley, immaginando un altro intervento entro luglio. Le autorità monetarie cinesi non hanno neanche aspettato che la settimana prossima il Governo annunciasse il livello toccato dall'inflazione a marzo: forse addirittura superiore al +5,2% previsto, comunque un rialzo sensibile rispetto al +4,9% di gennaio e febbraio. E rispetto all'obiettivo che la Cina si è posta per quest'anno, inflazione al 4 per cento.
«È stata una mossa aggressiva - spiega da Shenzhen Xu Biao, economista della China Merchants Bank citato da Reuters - e la Banca centrale si sta muovendo più aggressivamente di quanto i mercati si aspettassero». L'istituto del governatore Zhou Xiaochuan ha aumentato di un quarto di punto il tasso sui rifinanziamenti concessi alle banche commerciali, che sale al 6,31%, e quello sui depositi, al 3,25 per cento. Misure che vanno ad aggiungersi agli interventi sulle riserve obbligatorie a carico delle banche, aumentate sei volte da ottobre a oggi. A dimostrazione che se le autorità sono determinate a domare la tigre-inflazione e a frenare i prestiti, ritengono di poterlo fare mantenendo il controllo sulla crescita.
Crescita che «è ancora molto robusta nel Paese, un po' surriscaldata e con l'inflazione in aumento», spiega Fan Gang dell'Università di Pechino, direttore del National Institute of Economic Research e consulente della People's Bank of China. La strategia attuale «prescrive una stabilizzazione», con una politica monetaria caratterizzata da "strette" per frenare l'economia a un passo forse compreso tra l'8% e il 9% rispetto all'oltre 10% dell'anno scorso. Un'altra preoccupazione, spiega Fan, spinge a queste scelte: le «bolle sugli asset», a cominciare dal mercato immobiliare delle grandi città. Rischi che però la Cina sarebbe avviata a domare: «L'inflazione sarà sotto controllo nell'arco di qualche mese», dice Fan Gang.
Pechino continuerà a combattere anche attraverso misure non convenzionali. Quello che Fan definisce un "quantitative tightening", cioè una strategia rovesciata rispetto al "quantitative easing" della Federal Reserve americana. Se la Fed, con acquisti di bond, inietta liquidità per stimolare la crescita, la Cina la toglie a colpi di maggiori requisiti sulle riserve delle banche per raffreddarla.
I rialzi dei tassi sono facilitati dalla prospettiva di un aumento del costo del denaro in Europa. Ma anche la Fed ha lanciato ieri un segnale in questa direzione, con le parole di Ben Bernanke. Da Stone Mountain, Georgia, il presidente della Federal Reserve ha detto che, se probabilmente l'accelerazione dell'inflazione è transitoria, le autorità monetarie dovranno comunque monitorarne la dinamica «con estrema attenzione». Un rialzo dei tassi americani, in sostanza, potrebbe arrivare se necessario prima del previsto.
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06/04/2011