La Cina cresce a due cifre

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
L'economia cinese ritrova la forma perduta per colpa della grande crisi. Ma l'eccesso di ricostituenti assunto negli ultimi mesi potrebbe presto costringere il Governo a rivedere drasticamente la cura.
Nell'ultimo trimestre del 2009 il prodotto interno lordo è cresciuto del 10,7 per cento. La Cina è così tornata a correre alle stesse velocità raggiunte nel 2007. Ed è riuscita a conseguire un tasso di sviluppo dell'8,7% per l'intero 2009. Il sorpasso sul Giappone è ormai a portata di mano: il Pil cinese è infatti salito a 4.900 miliardi nel 2009 contro i 5.100 stimati per il Giappone. Già nel primo trimestre 2010 la Cina dovrebbe diventare la seconda economia mondiale dopo gli Stati Uniti.
Il paziente ha risposto alla grande. Il pacchetto di stimolo dell'economia da 600 miliardi di dollari ha impresso una forte spinta agli investimenti pubblici in infrastrutture e a quelli privati nel settore immobiliare: nonostante il rallentamento accusato nella parte finale dell'anno, gli investimenti sono stati il principale propulsore della crescita cinese nel 2009.
Al tempo stesso, la massiccia iniezione di spesa pubblica si è tradotta in una vasta gamma di incentivi fiscali che hanno sostenuto i consumi: il boom delle vendite di auto (l'anno scorso, con 13,6 milioni di immatricolazioni, la Cina è diventata il principale mercato del mondo) si spiega in gran parte così. La dinamica delle vendite al dettaglio, sebbene sia un indicatore poco significativo perché comprende anche gli acquisti di beni da parte delle società statali, conferma questa tendenza: dopo essere cresciute di circa il 15% nella prima parte del 2009, nell'ultimo trimestre dell'anno sono aumentate a un tasso superiore al 17 per cento.
La performance della congiuntura cinese nel 2009 ha una caratteristica sorprendente: per la prima volta nella storia, il prodotto interno lordo è riuscito a espandersi a questi ritmi a fronte di una flessione delle esportazioni che, a dicembre, sono tornate a salire dopo ben 13 mesi di caduta libera. Il tempo dirà se, come sostengono alcuni osservatori (pochi, per la verità), l'eccezione del 2009 è il segnale che l'economia cinese sta finalmente cambiando pelle: da un modello ad alta dipendenza dal commercio estero, a uno più legato alla domanda interna.
Ci sono però fastidiosi effetti collaterali. Se da un lato il generoso intervento pubblico ha aumentato a dismisura il volume d'affari delle aziende di Stato, dall'altro ha prodotto scarsi benefici per le imprese private. La politica del credito facile, invece, ha generato reazioni indesiderate anche peggiori. Nel 2009 i prestiti bancari hanno stabilito un record assoluto, portandosi a 9.600 miliardi di yuan (circa 950 miliardi di euro), oltre il 70% in più dell'anno precedente. Questa valanga di liquidità ha creato squilibri sul mercato finanziario e su quello immobiliare, perché è andata a gonfiare il valore di molti asset. Il che, nelle ultime settimane, ha allarmato il Governo che è tornato a lanciare moniti, utilizzando vocaboli che la grande crisi sembrava aver cancellato dal suo vocabolario: bolla speculativa, inflazione (+1,9% a dicembre), surriscaldamento.
Una stretta monetaria potrebbe avere conseguenze dannose sul tessuto produttivo. La vitalità dell'industria manifatturiera cinese, infatti, è strettamente correlata alla disponibilità di credito, e rischia di spegnersi rapidamente quando la liquidità inizia a scarseggiare.
Ecco perché, nonostante i recenti interventi correttivi decisi dalle People's Bank of China (nelle ultime settimane è stata aumentata la riserva obbligatoria e sono saliti i rendimenti dei titoli di Stato di nuova emissione), oggi è davvero difficile intuire come si orienterà la politica monetaria cinese nei prossimi mesi. Alzando i tassi, Pechino correrebbe il rischio di vanificare un anno di cure. Lasciandoli a zero, l'euforia del Dragone tornato a nuova vita potrebbe diventare incontrollabile.
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22/01/2010