La Cina cerca un avamposto verso i paesi mediterranei

di Gerardo Pelosi Con il sorriso sulle labbra ma con la fermezza che solo i cinesi conoscono, il premier Wen Jiabao è volato ieri a Roma per aprire una nuova stagione di collaborazione tra i sistemi imprenditoriali dei due paesi. Era reduce da Bruxelles dopo aver lasciato più che insoddisfatti il presidente della Commissione, Manuel Durão Barroso e il presidente dell'Ue, Herman Van Rompuy, sui tempi annunciati di una rivalutazione della yuan come sollecitato da Bce e Fondo monetario. Il tema è stato solo sfiorato negli incontri romani di Wen Jiabao dove il focus si è concentrato su interscambio e investimenti diretti.
Ma sia a Bruxelles che a Roma, al di là dei sorrisi di cortesia, la delegazione cinese ha mostrato un volto molto meno conciliante rispetto al passato. Forte di un differenziale sempre più ampio nei tassi di crescita rispetto all'Ue, la Cina vuole far sentire il peso del suo potere economico. E la tappa italiana, ben lungi dal rappresentare una sorta di "riconciliazione" con il paese che con più energia aveva contrastato l'inarrestabile ascesa del "miracolo" cinese otto anni fa, rientra a pieno titolo nella nuova politica di penetrazione di Pechino nello spazio geoeconomico mediterraneo.
È, del resto, la stessa crescita a due cifre della Cina a richiedere che venga saziata in maniera continuativa l'inarrestabile "fame" di mercati, materie prime ed energia che serve a far correre la locomotiva cinese. In questo quadro, l'Italia rientra perfettamente nel perimetro dei nuovi interessi di Pechino. O, meglio, vi rientrano il suo essere paese membro dell'Ue, avere porti e logistica affacciati sul Mediterraneo e facilmente raggiungibili da Suez a differenza dei porti del Nord Europa. La Cina, che pianifica l'economia come parte integrante della geopolitica e della sicurezza, guarda alla sua proiezione nel Mediterraneo per sostenere gli eccezionali ritmi di crescita, rompere l'eccessiva interdipendenza con gli Stati Uniti e rendere più sicure le linee di rifornimento petrolifero che dall'Africa subsahariana (regione ormai egemonizzata) e dal Golfo Persico garantiscono l'energia necessaria ai ritmi accelerati della sua crescita.
Fino ad oggi la Cina non si è rivelata essere un grande investitore nel Maghreb e nel Mashrek. Nel 2007 gli investimenti diretti nell'area ammontavano a 168 milioni di euro. I cinesi intendono privilegiare il settore automobilistico ma anche l'energia con 50 milioni di dollari investiti dalla cinese Cnpc nel 2007 per lo sfruttamento di un campo petrolifero nel Nord Est della Siria. Con nuovi avamposti in Italia, Grecia e Turchia, la Cina pensa di approvvigionarsi di risorse e tecnologie utili per guardare poi il Mediterraneo come area strategica nella quale costituire un tessuto industriale e commerciale che favorisca la presenza in settori economici laddove il presidio europeo si sta allentando o è scomparso. Una sorta di "economia di sostituzione" per produrre a basso costo beni che l'Occidente non produce più o non riesce a esportare in quei Paesi.
Come già realizzato nella più totale indifferenza dell'Occidente nell'Africa subsahariana, anche nella sponda Sud del mediterraneo la Cina intende sostituire gli antichi "egemonismi" europei e americani e imporsi come potenza di riferimento per stabilizzare la regione e garantire lo sviluppo dell'area. Strategia che non vede il Mediterraneo come linea del fronte di un conflitto di civiltà ma semplicemente elemento di continuità con il Corno d'Africa e l'Africa subsahariana. E la questione palestinese che resta per molti paesi europei "il problema dei problemi" per i cinesi appare derubricata a inoffensiva "tigre di carta".
I cicli di sviluppo cinese e le necessità militari di Pechino stanno guidando le politiche di espansione da un lato verso il Giappone, dall'altro per uno sbocco nell'Oceano indiano (via Pakistan, dove ditte cinesi stanno restaurando la Karakoram Highway in cambio di una base logistica a Karachi) e poi, passando dal Golfo di Aqaba, tagliando l'Africa fino all'Atlantico. È il vecchio e mai abbandonato sogno di tornare a controllare i due "mari globali": il Pacifico, mare regionale, e l'Atlantico, mare che unisce Stati Uniti ed Europa. La Cina, secondo qualche accorto analista, «sta tendendo l'arco e la freccia dovrebbe presto raggiungere l'Eurasia e l'Europa mediterranea».
Di fronte a questi scenari meno futuribili di quanto si possa credere, l'unica opzione per noi, paese che arranca su tassi crescita vicini all'1%, è stringere nuovi accordi con Pechino per fare affari insieme nel Mediterraneo e controllare da vicino questo "global player" che ha ripercorso a ritroso la via della Seta. Un Marco Polo al contrario.
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08/10/2010