La Cina attacca la Fed e alza le difese

Dall'Asia arrivano non solo parole pesanti nei confronti di Washington, ma anche fatti. Nuove misure di controllo dei flussi di capitali sono state annunciate da Cina e Taiwan in una antivigilia del vertice G-20 caratterizzata da forti critiche agli Usa e da campanelli di allarme sul riemergere di tendenze protezioniste.
Pechino e Taipei hanno segnalato che freneranno l'afflusso di hot money stimolato dalla politica monetaria ultra-espansiva della Fed. In particolare, la cinese Safe (State administration of foreign exchange) ha reso note una serie di iniziative per drenare l'eccesso di liquidità nel sistema finanziario, tra cui un più rigido controllo sugli investimenti azionari da parte di società straniere e sui rimpatri di capitali di entità finanziarie cinesi all'estero.
Una ulteriore norma che impone alle banche di mantenere un ammontare minimo di dollari "overnight" - restringendo quindi i volumi finanziari che possono affluire in asset locali - ha provocato in giornata una forte volatilità dello yuan, che ha finito per chiudere con il maggiore rialzo giornaliero dai tempi della rivalutazione del 2005. Vari analisti si attendono altri provvedimenti, come un nuovo rialzo dei tassi o un incremento delle riserve bancarie obbligatorie. Una sensazione alimentata da due esponenti della banca centrale cinese che, nel criticare la politica monetaria della Fed, hanno evidenziato di volerne combattere gli effetti indesiderati.
«C'è ovviamente un incremento nei rischi ciclici macroeconomici legati a eccesso di liquidità, inflazione, bolle di asset e crediti inesigibili», ha detto il vicegovernatore Du Jinfu, mentre il suo collega Ma Delun si è spinto ad affermare che l'incoraggiamento a flussi indiscriminati di capitali venuto da Washington sembra destinato ad avere un impatto negativo sull'economia globale. Dichiarazioni forti che seguono quelle ancora più aspre rilasciate da altri alti esponenti del governo, tra cui il viceministro delle finanze Zhou Guangyao, secondo cui le mosse delle Fed possono provocare uno "shock" sui mercati emergenti: «Gli Usa non riconoscono la loro responsabilità nello stabilizzare i mercati e non tengono conto dell'impatto dell'eccessiva liquidità sui mercati emergenti».
Non ha avuto seguito, dunque, l'inattesa apertura arrivata durante il vertice finanziario Apec di settimana scorsa di un altro viceministro delle finanze, Wang Jun, che aveva almeno riconosciuto attenuanti alla Fed (spronare l'economia Usa, con potenziali effetti positivi per il resto del mondo). In quella occasione il rappresentante di Pechino aveva lasciato ai ministri dei Paesi del Sud-est asiatico il ruolo di pubblica accusa, anche nei confronti dell'idea di fissare limiti numerici agli squilibri delle partite correnti dei singoli paesi: proposta dalla quale lo stesso Segretario al Tesoro Usa Tim Geithner ha finito per prendere le distanze, derubricandola alla necessità di concordare linee-guida flessibili. Pechino pare avere buon gioco nell'essere passata da accusata (di manipolazioni valutarie) a membro del vasto club degli accusatori della politica Usa. Se la Cina appare preoccupata per la stabilità del suo sistema finanziario, Taiwan ha reagito ai bruschi movimenti del suo dollaro con l'introduzione di limiti agli investimenti stranieri nei titoli a breve. Il presidente sudcoreano Lee Myung-bak ha intanto dichiarato che considererà un successo il G-20 se sarà raggiunto un accordo di principio su come affrontare gli squilibri commerciali, suggerendo che potrebbero essere creati gruppi di lavoro per discutere specifiche linee-guida: un processo che, comunque, richiederà vari mesi. Il vero successo a cui mira Lee è poter annunciare l'avvio dei negoziati di ratifica dell'accordo di libero scambio tra Corea e Usa: quello sì sarebbe un segnale concreto anti-protezionista, ben più chiaro di quello arrivato da Tokyo, dove ieri il governo ha approvato una politica sulla liberalizzazione commerciale che resta sostanzialmente ambigua.
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10/11/2010