La California tifa per Pechino

Daniela Roveda
LOS ANGELES
Prima sono arrivate tariffe del 35% sui pneumatici importati dalla Cina in settembre, poi dazi "preliminari" sui tubi d'acciaio, ora un'inchiesta sul possibile dumping di carta patinata e di fosfati: per la California il risultato è stato un altro tonfo nel volume di traffico commerciale con la Cina, e un'altra spina nel fianco alla sua fragile economia. Con ansia quindi la California sta seguendo il viaggio del presidente Obama in Oriente, perché è lo stato che più ha da perdere da un'eventuale guerra commerciale tra le due nazioni: dai porti di Los Angeles e Long Beach, i più grandi d'America, passa infatti quasi l'80% delle esportazioni cinesi negli Stati Uniti. In California vive anche la più grande comunità cinese d'America, che ha stretti legami d'affari con il suo paese d'origine, i cui tassi di occupazione sono legati a doppio filo all'attività commerciale reciproca.
Le ultime statistiche sul commercio internazionale al porto di Los Angeles-Long Beach, il quinto del mondo per volume di traffico, sono preoccupanti. Il numero di container arrivati nel porto di Los Angeles nei primi nove mesi del 2009 è sceso del 16% rispetto al 2008; al porto di Long Beach la flessione è stata rispettivamente del 19 e del 32 per cento. Il valore delle esportazioni è calato del 14,6% e quello delle importazioni del 10. L'occupazione nei settori direttamente legati al commercio internazionale è scesa del 9,6% a 450mila unità.
Il crollo degli scambi è in larga parte da attribuire alla recessione globale, ma la California teme che le tensioni commerciali con la Cina possano frenare la ripresa prevista per il 2010. L'importanza della Cina nelle attività commerciali californiane è schiacciante: benché a livello nazionale la Cina sia il secondo partner commerciale degli Stati Uniti dietro al Canada, in California è il primo in assoluto. Nel 2008 il valore dell'interscambio con la Cina è stato di 186,6 miliardi di dollari (158 miliardi di importazioni e 28 di esportazioni); molto distanziato il Giappone con 59,3 miliardi, la Corea del Sud con 22,2 miliardi e Taiwan con 20.
La Cina ha bellicosamente definito le tariffe americane sui pneumatici e sui tubi d'acciaio una forma di «protezionismo abusivo» e sta prendendo in considerazione ritorsioni sulle auto importate dagli Stati Uniti. Gli economisti californiani sottolineano che i benefici delle tariffe sull'occupazione non sono così ovvie: il sindacato dei metalmeccanici United Steelworkers, promotore delle misure punitive, sostiene che negli ultimi tre anni il dumping di pneumatici cinesi ha fatto perdere 4400 posti di lavoro nelle fabbriche americane; ma i porti di Los Angeles, da cui passa il 50% delle importazioni di questo prodotto, potrebbero perderne di più.
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17/11/2009