L'Ocse salva Macao e Hong Kong

Che fine hanno fatto Macao e Hong Kong, i paradisi fiscali più importanti della Cina? Il giorno dopo l'annuncio del G-20 che ha sancito nel comunicato finale «la fine del segreto bancario», affidando però all'Ocse la compilazione operativa di una lista dei Paesi non cooperativi, i due territori cinesi - i centri finanziari offshore più importanti di Pechino - sono spariti nel nulla.
Tra le dure reazioni di Svizzera (che detiene da sola 2mila miliardi di dollari di asset offshore) e del Lussemburgo, che proprio non ci stanno a essere considerati al pari delle mete esotiche di un film di James Bond come le Cayman, c'è la sensazione di una strana dimenticanza da parte degli sherpa del G-20. La prima telefonata al quartier generale dell'Ocse per cercare di svelare il mistero mette in imbarazzo una serie di interlocutori che rinviano, dopo il via libera notturno del G-20, all'elenco ufficiale che divide il mondo sul segreto bancario in tre liste: la prima, quella "bianca" dei Paesi cooperativi; la seconda, quella "grigia" degli Stati che hanno accettato i principi di trasparenza e assistenza fiscale, ma che non li hanno ancora applicati; e infine la terza, quella "nera" dei quattro Paesi (Costa Rica, Labuan nella Malaysia, Filippine e Uruguay) che di cooperazione proprio non vogliono sentir parlare.
La Cina, «uno Stato, due sistemi», è nella lista bianca, ma con una nota a piè di pagina che esclude i «territori con amministrazione speciale», cioè Macao e Hong Kong, i due territori capitalisti di Pechino. La logica vorrebbe che se i territori cinesi sono esclusi dalla lista bianca dovrebbero essere in quella grigia. Invece no. Cosa è successo? La risposta sembra essere in un'intesa segreta tra Ocse e Cina con la regìa politica del G-20.
Il premier cinese Hu Jintao e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno avuto giovedì sera uno scambio vivace sulla questione dei paradisi fiscali nel corso di un incontro bilaterale a margine del G-20: Sarkozy voleva «risultati positivi», minacciando di lasciare la riunione se il comunicato finale fosse arrivato a «falsi compromessi». La Cina non voleva che si stilassero liste. Solo l'intervento del presidente americano, Barack Obama, ha trovato un compromesso. La lista si è fatta, ma non è del G-20: è toccato all'Ocse, organismo terzo, redigerla ed emetterla. I due territori cinesi sono finiti così in una nota a piè di pagina, cioè in un limbo giuridico. Una situazione paradossale. Un ulteriore tentativo con l'Ocse per chiarire il mistero ha ottenuto una nota sibillina: «Hong Kong e Macao fanno parte della Cina che ha numerosi accordi di scambio di informazioni e rispetta gli standard internazionali. Hong Kong e Macao hanno annunciato qualche giorno fa che si conformeranno agli standard internazionali. Si può pensare che la Cina veglierà affinché questi ultimi tengano fede alle loro promesse».
Insomma l'Ocse è riuscito a far sparire i due paradisi fiscali cinesi dall'elenco confidando che Pechino veglierà sui loro propositi di trasparenza. Un punto a favore dei cinesi che sembra abbiano ricordato come nella lista non comparissero nemmeno alcuni Stati americani, come Delaware e Nevada. In questo scenario ecco perché è fondamentale la presa di posizione del governatore della Banca d'Italia e presidente del Financial Stability Board), Mario Draghi, ieri all'Ecofin secondo cui «è molto importante politicamente che si faccia luce sui paradisi fiscali». Draghi ha spiegato «che bisogna fare uno sforzo di trasparenza» ed ha rimarcato che al G-20 su questo tema «è stato fatto un notevole progresso». Più cauto invece il ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, secondo cui «la materia deve essere ancora molto studiata» anche perché «i criteri di identificazione Ocse sono ancora da vedere».
Certo molti sono preoccupati: se l'Austria opta per una posizione defilata e promette collaborazione sulla «frode» dimenticando però di parlare della semplice «evasione», e il Belgio esprime «rammarico e speranza di uscire presto dalla lista» nelle parole del suo ministro delle Finanze Didier Reynders, il premier del Lussemburgo Jean-Claude Juncker, ha assunto il ruolo di leader "irriducibile". Junker nella conferenza stampa dell'Eurogruppo è tornato a criticare la lista "grigia". «Ho parlato con i colleghi di Austria e Belgio» (anch'essi nella lista ndr) rilevando come «l'Ocse non si è nemmeno premurato di contattare i governi dei Paesi interessati».
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04/04/2009