L'Occidente ha scoperto il bluff cinese

di David Pilling Che cos'hanno in comune la minaccia di Google di chiudere le sue attività in Cina, le trattative sul prezzo del ferro e le vendite di armi americane a Taiwan? Il fatto che in tutti e tre i casi gli interlocutori della Cina hanno deciso di andare a vedere il bluff.
L'improvviso annuncio di Google, che sta valutando l'ipotesi di abbandonare il mercato cinese, tira una riga sui quattro anni durante i quali una delle aziende più idealistiche del mondo capitalista si è piegata alle pressioni autoritarie. Come prezzo per entrare in Cina, Google aveva ingoiato le sue convinzioni e aveva accettato di censurare i risultati delle ricerche effettuate tramite il suo motore. Era stata una decisione molto sofferta per l'azienda della Silicon Valley, che aveva perso prestigio presso i suoi fan più devoti.
Il fatto che perfino la potente Google avesse ceduto alle loro richieste era stato interpretato dalle autorità cinesi come la prova che potevano ridurre all'obbedienza chiunque. Se vuoi fare affari in Cina, era il messaggio, li fai alle nostre condizioni. Con il pendolo del potere economico che si spostava verso il Celeste Impero, e con le aziende che facevano a pugni per attingere al suo mercato, Pechino dev'essersi sentita sempre più sicura di poter dettare le regole.
Google si è ribellata. La miccia è stata un'ondata coordinata di cyberincursioni ai danni di account Gmail. L'azienda americana ha detto di aver scoperto che erano stati regolarmente presi di mira gli indirizzi di decine di difensori dei diritti umani cinesi.
Google ha perso ogni illusione di fronte alla maggiore efficacia - e aggressività - con cui il Governo di Pechino sta sorvegliando la Rete. Nell'anno passato, diversi servizi, tra cui YouTube, Facebook e Twitter, sono stati interamente oscurati. L'iniziale «disagio» ammesso da Google al momento di avviare le attività di Google.cn, nel gennaio 2006, è diventato insostenibile. Non è chiaro se la decisione del colosso dell'informatica sia determinata solo da ragioni etiche. È possibile che stiano usando lo sdegno morale come scusa per una ritirata motivata da ragioni commerciali. Comunque sia, Google sta svelando il bluff cinese.
Qualcosa di simile è accaduto al di fuori del regno del cyberspazio, nel rude mondo dell'industria siderurgica. La brasiliana Vale e le anglo-australiane Rio Tinto e Bhp Billiton recentemente hanno avviato dei colloqui con i clienti giapponesi per fissare un prezzo di riferimento per il ferro. Questo prezzo, dicono i dirigenti, verrà presentato a Pechino come offerta "prendere o lasciare". Lo schiaffo alla Cina è tanto più straordinario se si considera che i clienti cinesi, Baosteel in testa, rappresentano più della metà del mercato del ferro trasportato via mare.
Ma è stata proprio la posizione apparentemente inattaccabile della Cina la sua rovina. I grandi produttori di ferro si sono innervositi di fronte alle tattiche pesanti adottate dal Paese asiatico nelle trattative dello scorso anno. Al rifiuto da parte di Pechino di trattare sul prezzo si era aggiunto l'arresto di Stern Hu, il manager delle attività siderurgiche di Rio Tinto in Cina, insieme ad altri tre suoi colleghi, con l'accusa di aver ottenuto segreti commerciali. Anche le compagnie minerarie, come Google, ne hanno avuto abbastanza. Il risultato finale forse sarà che i produttori cinesi pagheranno di più.
Il terzo esempio di bluff cinese smontato è arrivato la settimana scorsa, quando il dipartimento della Difesa americano ha scelto di andare avanti con la vendita di armamenti a Taiwan. La Cina, in vista della vendita, aveva progressivamente alzato i toni. Ma probabilmente gli Stati Uniti andranno avanti comunque. Anche questa volta, forse, Pechino ha sbagliato i conti.
Quello appena trascorso è stato un anno positivo per la Cina. Le sue banche si sono dimostrate più sane, i suoi consumatori più sicuri e la sua economia di gran lunga più resistente di quella dei suoi mortificati rivali occidentali. Ma forse tanto successo ha dato alla testa ai governanti cinesi. Sta diventando sempre più difficile per Pechino coniugare il suo doppio status di nazione in via di sviluppo bisognosa di assistenza e superpotenza emergente che esige rispetto.
La Cina ha Baidu, un motore di ricerca autoctono. Alle brutte, potrebbe vivere senza Google. Ma ci sono altri ambiti in cui la Cina farebbe meglio a essere prudente. L'esempio più ovvio è quello della valuta. Il renminbi, che è stato riagganciato al dollaro, ha trascinato giù il biglietto verde, rendendo le esportazioni cinesi ultracompetitive. Finora la Cina se l'è cavata con qualche mugugno dei congressisti Usa e una manciata di misure restrittive simboliche sugli scambi. Ma Google è la dimostrazione che tutti hanno un punto di rottura, specialmente in un anno in cui negli Stati Uniti si vota.
Traduzione di Fabio Galimberti
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15/01/2010