L'occhio del regime sui provider

di Umberto Rapetto
Dalla "Grande Muraglia" al "Great Firewall": la nuova insormontabile barriera deve reggere a quell'insidiosa libertà di informazione che ha fatto capolino il 20 settembre 1987, quando il collegamento tra l'Ica di Pechino e l'università tedesca di Karlsruhe ha portato Internet nella Repubblica Popolare cinese.
L'invisibile bastione cibernetico in realtà si chiama "Scudo dorato" che, proposto nel 1993 dal premier Zhu Rongji, nel novembre 2000 ha assunto le sembianze del più ciclopico sistema di monitoraggio globale e di controllo dei contenuti veicolati per via telematica.
Il "guardiano" cinese dispone di strumenti legislativi ed informatici. Sul fronte normativo l'Ordine 292 emanato dal Consiglio dello Stato il 25 settembre 2000 stabilisce regole ferree sia per i Service Providers (Isp, i gestori dei servizi di connessione), sia per i Content Providers (Icp, cioè chi offre contenuti): entrambe le categorie di soggetti devono effettuare controlli e tracciare ogni sorta di attività. Gli Isp sono addirittura responsabili per i contenuti visualizzati dagli utenti, quasi si prefigurasse una sorta di complicità in potenziali interessi "proibiti" dei cybernauti a caccia di notizie, documenti o dati non ammessi dal Governo. Gli Icp, invece, devono conservare prova di ogni azione posta in essere dai visitatori dei siti (salvataggio di pagine o di immagini, stampa di documenti, ricerche effettuate...) per almeno 60 giorni provvedendo a segnalazioni alle agenzie governative in casi ben codificati.
L'accesso fisico alla Rete è assicurato da 9 Internet Access Providers (Iap) titolari di concessione nazionale, ognuno dei quali ha almeno una connessione con un "backbone" straniero, e da una vasta platea di Isp (già 620 secondo un censimento del luglio 2001).
Il tessuto connettivo telematico cinese si basa su tecnologie Cisco, azienda che ha realizzato per ChinaNet e CERNet le due più vaste reti "educational" e che sta lavorando al CN2, il progetto della China's Next-Generation Network. Attivisti e organizzazioni per i diritti umani hanno ripetutamente accusato il colosso dell'hardware di telecomunicazioni e altre società occidentali di aver contribuito massicciamente alla realizzazione di strumenti di censura e di controllo.
Il "filtering", eufemismo che malcela la censura, viene attuato setacciando sintatticamente i contenuti di Internet e catapultando nella "black list" tutti quei siti di orientamento "pericoloso" e anche quelli in cui compaiono parole o espressioni potenzialmente riconducibili a tematiche off-limits. Semaforo rosso per l'utilizzo di strumenti di messaggistica istantanea e di Voice-on-Internet-Protocol, nonché restrizioni e verifiche orwelliane sull'utilizzo della posta elettronica: là dove non riescono macchine e programmi, entrano in gioco i 30mila cyber-poliziotti che il regime ha schierato da anni a presidiare quel che avviene nei gangli della comunicazione multimediale.
La repressione conosce anche aspetti materiali: sono ben 150mila i cybercafè ("Net Bars" o "wangba" come li chiamano da quelle parti) chiusi con giustificazioni di ordine amministrativo nel solo 2002.
L'inaccessibilità ai motori di ricerca o alle moderne "free-encyclopedia" è solo uno dei tanti segnali di una segreta ambizione di Pechino: riuscire a dichiarare inesistente quel che non aggrada, proprio come accade su Internet quando sul monitor appare la scritta «404 http error» e l'utente apprende che quel che stava cercando non esiste...
umberto@rapetto.it

01/08/2008