L'occasione persa da Pechino

Il Nobel assegnato a Liu Xiaobo misura la distanza che la Cina ha da percorrere verso lo status di grande potenza mondiale. La definizione del vincitore come «criminale» da parte di Pechino, la convocazione dell'ambasciatore norvegese, e più di tutto l'invio della polizia a casa dell'interessato: tutto ciò è stata la prova muscolare di un gigante incapace di parlare altra lingua se non quella della forza. Pechino lascia intendere ancora una volta di impostare i rapporti con l'Occidente mettendo in agenda gli accordi economici e tralasciando la fastidiosa appendice costituita dal dossier "diritti umani". Accetta di buon grado gli onori tributati al premier Wen Jiabao in tour, ma giudica normale che in una conferenza stampa a casa propria non si facciano domande (accadde a Obama nella prima visita a Pechino). Ecco perché il premio a Liu Xiabao è il Nobel più politico che si potesse dare. Il professore di letteratura, in carcere fino al 2020 per avere criticato il regime, può paradossalmente diventare un'occasione per il suo paese. Se il governo cinese scegliesse di liberarlo - come chiesto da tutta la diplomazia occidentale a partire da Obama - compirebbe un passo simbolicamente enorme per uscire dallo status ibrido di gigante economico e di nano democratico. Ma a Pechino non sembra ancora il tempo.

09/10/2010