L'Italia ha perso la guerra degli scambi

Uno sprofondo senza fine: i dati Istat dell'ultimo decennio mostrano chiaramente la curva declinante del deficit commerciale Italia-Cina.
Né i bollettini mensili (si veda Il Sole 24 ore di ieri) danno segno di una qualche inversione di tendenza: l'Italia, insomma, continua a importare prodotti cinesi a basso valore aggiunto, ma anche elettronica made in China fatta, spesso, da società cinesi.
Una doppia dipendenza che il made in Italy non riesce a contrastare visto che interi segmenti della nostra economia arrancano, tra cui il tessile-abbigliamento, le calzature. Esportare in Cina è una sfida durissima, un miracolo che riesce a pochi grandi nomi, un pugno di griffe che però, da sole, non riescono a riequilibrare la bilancia commerciale.
«Ormai l'Italia ha pagato dazio alla Cina», taglia corto Marco Fortis, economista della Cattolica e, da sempre, voce critica sulla Cina come opportunità per il made in Italy.
«Per la verità, a questo punto mi correggo - aggiunge Fortis - ormai l'Italia ha dato tutto ciò che doveva dare. Sulle calzature e sul tessile, asset importanti per noi, l'Europa avrebbe dovuto far quadrato. Però, allo stato, non siamo più noi italiani a dover temere la Cina».
E chi, sennò? «Indubbiamente dovrebbero preoccuparsi quelle multinazionali che hanno spostato in Cina produzioni ad alto valore aggiunto. Il rischio è quello di essere battute sul loro stesso terreno. I cinesi stanno affilando le armi della qualità, fanno addirittura concorrenza alla Germania per aggiudicarsi gli appalti nelle infrastrutture dei paesi dell'Est».
Morale: visto che la bilancia commerciale, ormai, è una causa persa, perché non attirare capitali cinesi in Italia? «È una provocazione - commenta Marco Fortis - ma la butto lì: il ponte sullo Stretto, perché non lo facciamo costruire ai cinesi?».
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17/12/2010